C’è un paradosso racchiuso nella tragedia che ha battezzato tutte le tragedie del Ventunesimo secolo. Mentre crollavano le torri e si liquefacevano tutte le sicurezze dell’Occidente; quando si manifestava in mondovisione, come in un disaster movie, la negazione della nostra società in tutta la sua barbarie, stava già nascendo dentro di noi un altro nemico: la rimozione del nemico stesso e la censura nei confronti di tutte quelle parole che lo definiscono e lo identificano. Perché rinunciare a dire che i mozzalingue sono dei mozzalingue, significa tagliarsi da soli la lingua, ancor prima che lo facciano loro.
Dal 12 settembre del 2001, quando le firme di chi aveva organizzato la mattanza erano già chiarissime, è iniziata immediatamente un’opera di sbianchettamento in nome del politicamente corretto e di quell’(in)cultura che quasi un ventennio dopo avrebbe preso il nome di woke. Vietato specificare e mettere nei titoli di giornale o ricordare dagli schermi televisivi che erano stati gli islamici a colpire il cuore dell’Occidente, sconsigliato sottolineare la matrice fondamentalista religiosa di quegli attacchi. Da quel giorno, ahinoi, il terrorismo non si è fermato, ma il buonsenso, troppe volte, sì. E tutte le volte che abbiamo assistito a un attacco jihadista, contestualmente è partita la gara a non aggettivarlo.
Se un marziano fosse precipitato sulla terra in quei giorni e gli fosse capitato in mano qualche giornale della stampa progressista, avrebbe pensato che sul nostro pianeta gli attentati si facciano da soli, generati da una qualche intelligenza artificiale e non da una mente umana e criminale. Da quel giorno il termine islamista è diventato il tabù dei tabù, un parola pornografica e blasfema. Impronunciabile. Ed è iniziata una battaglia dell’Occidente contro la sottomissione. Ancora in corso, venticinque anni dopo.
