«È dalla Seconda Guerra Mondiale che non lo facciamo. Beh a me piace la mentalità della Seconda Guerra Mondiale, che era semplicemente vincere». Così il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth spiega la decisione - annunciata giovedì - di trasmettere in diretta la fucilazione di Nidal Malik Hasan. Ora - aldilà del buon o cattivo gusto di offrire al pubblico lo spettacolo di un condannato ridotto in colabrodo da un plotone d’esecuzione e finito con un colpo alla testa - c’è da chiedersi se la decisione del Segretario alla Difesa contribuisca veramente a una vittoria dell’America. Il primo dubbio riguarda la tipologia dell’esecuzione. La fucilazione è, nella mentalità comune, una tipologia di esecuzione riservata ai militari. Quindi applicarla a un uomo che, pur vestendo la divisa, ha agito e ragionato da terrorista significa riconoscergli implicitamente il ruolo di combattente. Un ruolo che l’America durante la «guerra al terrorismo» si è simbolicamente rifiutata di concedere. Proprio per questo i prigionieri di Al Qaida o i talebani non venivano portati in centri di detenzione per militari, ma in quel limbo extragiudiziale costruito appositamente a Guantanamo.
Il secondo dubbio riguarda il ritorno a pratiche dismesse o abbandonate da tutte le nazioni civili. La fucilazione di Hasan, oltre a essere la prima dalla Seconda Guerra Mondiale, sarebbe anche l’unica pena capitale eseguita pubblicamente dopo l’impiccagione - 90 anni fa a Owensboro nel Kentuky - di un giovane nero colpevole di aver violentato un’anziana donna bianca. Ma al di là dell’anacronismo la stonatura più grave affiora quando Hegseth spiega che «la gente deve capire le serie conseguenze derivanti da questo tipo di fatti». Usare una pena capitale come uno spettacolo per educare le masse rappresenta una pratica cara a paesi come l’Iran o l’Afghanistan o a organizzazioni terroristiche come lo Stato Islamico. Una pratica considerata inaccettabile da tutte le democrazie occidentali. Dunque un secondo serio dubbio riguarda il rischio che la decisione finisca con il mettere gli Stati Uniti sullo stesso piano di Paesi e organizzazioni dove non esiste il minimo rispetto della dignità umana e dove l’America ha, peraltro, sacrificato migliaia di soldati umani nel nome della democrazia e della lotta al terrorismo.
Un terzo dubbio, altrettanto serio, riguarda il rischio di trasformare il terrorista Nidal Malik Hasan in un eroe postumo venerato come un martire dagli esponenti dell’islamismo più radicale. Non a caso l’amministrazione Obama decise a suo tempo di coprire con il segreto le immagini dell’uccisione di Osama Bin Laden. E subito dopo ordinò di buttarne nell’oceano il cadavere per evitare che un’eventuale tomba diventasse un luogo di pellegrinaggio e adorazione. Hegseth trascinando l’ex maggiore Hasan davanti a un plotone di esecuzione rischia di trasformare l’immagine del massacratore in quella di una vittima inerme. Mentre l’immagine del suo corpo insanguinato alimenterà la pretesa di una vendetta nel nome di Allah.
