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Politica estera

Midterm, incognita sondaggi. E Trump spera

Le previsioni delle recenti tornate elettorali non sono state sempre rispettate. E i Repubblicani possono spuntarla al Senato

epaselect epa13343276 A Virginian fills out his ballot during early midterm voting at the Fairfax County Government Center in Fairfax, Virginia, USA, 31 October 2026. Three days before midterm elections, US voters have already cast about 50 million votes. EPA/JIM LO SCALZO

Nel rush finale delle elezioni di midterm Donald Trump ribadisce la promessa di distribuire 5.000 dollari a ogni americano adulto se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso. A Daytona, in Florida, il presidente ha spiegato alla folla che i comizi si tengono «per una ragione molto semplice: impedire ai comunisti che odiano gli Stati Uniti di prendere il controllo di Capitol Hill». «Se vincono i democratici avremo una depressione economica. Se vincono i repubblicani avrete 5.000 dollari in tasca, il dividendo Trump», ha assicurato, precisando che l’unico vincolo è «spenderli negli Usa». Nei giorni scorsi il tycoon ha ammesso che solitamente il partito del presidente in carica tende a subire delle perdite durante le elezioni di metà mandato, ma «abbiamo buone possibilità di ottenere un buon risultato. Magari anche un ottimo risultato». Secondo il Wall Street Journal, tuttavia, fra i repubblicani sta salendo la tensione. Nelle sale operative dei conservatori ci si prepara al peggio, cercando di prevedere quanti seggi saranno persi alla Camera e se il Senato reggerà o meno.

A preoccupare sono le indicazioni che arrivano dai distretti tradizionalmente rossi: «Potrebbe essere una serata brutale. Una volta che parte l’effetto

domino è difficile fermarlo», ha detto una fonte del Grand Old Party a Politico, ammettendo che la situazione sembra peggiore di quanto si poteva immaginare solo qualche tempo fa. Per il Washington Post, i democratici sembrano ben posizionati per riconquistare la Camera, e nutrono speranze per il Senato. Ma soprattutto per quest’ultimo, il quadro dipinto dai sondaggi potrebbe cambiare. I recenti risultati elettorali, infatti, non hanno sempre seguito le previsioni, lasciando aleggiare dubbi anche sulle rilevazioni relative al midterm. I candidati dem negli stati dove si gioca la maggioranza al Senato hanno vantaggi limitati e in vari casi inferiori ai due punti percentuali, il che vuole dire che qualsiasi spostamento - anche ridotto - potrebbe alterare l’esito finale. C’è poi l’incognita dei repubblicani restii a esprimersi nei sondaggi, il che potrebbe far sì che la tenuta dei conservatori sia sottostimata. Dall’inizio del 2026 la maggior parte degli istituti demoscopici ha rilevato un vantaggio per i dem a livello nazionale, e il distacco è andato aumentando: resta però da capire se il settore abbia imparato dagli errori commessi nel 2024. All’epoca, la maggior parte degli analisti prevedeva la vittoria di Kamala Harris, eppure Trump si è imposto con un ampio margine vincendo tutti gli stati in bilico. Per Steve Bannon, ex controverso stratega della Casa Bianca, l’esito del voto di martedì dipenderà dall’affluenza: se i repubblicani manterranno la Camera è un «miracolo», ma al Senato possono ancora farcela, pur se ci sono corse in alcuni stati molto «preoccupanti», come in Texas, Georgia e Kansas. In un’intervista al Financial Times, Bannon si è detto convinto che il partito repubblicano sarà travolto da una «guerra civile» sul proprio futuro il giorno dopo le elezioni, e ci saranno «scontri durissimi» prima dell’insediamento del nuovo Congresso in gennaio sul tetto del debito.

In Texas, roccaforte conservatrice dove un democratico non vince una carica elettiva nazionale da oltre 30 anni, e dove i sondaggi danno il lieve vantaggio James Talarico su Ken Paxton, il discusso attorney general sostenuto da Trump, anche il governatore conservatore Greg Abbott si trova inaspettatamente in una posizione critica. La sua campagna si sarebbe dovuta svolgere senza particolari intoppi verso il suo quarto mandato, e invece lo scontro con Gina Hinojosa è più duro del previsto. A pesare su Abbott è ancora una volta l’impopolare guerra in Iran, ma pure l’opposizione ai data center, che gli stanno creando problemi e stanno avvantaggiando la rivale.

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