L’ennesimo capitolo dello scontro tra il Cremlino e Pavel Durov segna una svolta. Le autorità russe hanno annunciato di aver emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti del fondatore di Telegram, accusandolo di "complicità in attività terroristiche“. Secondo il Servizio federale di sicurezza, la piattaforma avrebbe consentito la diffusione e il coordinamento di attività riconducibili ai servizi segreti ucraini, a gruppi terroristici ed estremisti, senza intervenire per rimuovere canali, chat e bot ritenuti pericolosi.
La misura rappresenta un significativo irrigidimento della linea di Mosca nei confronti dell’imprenditore russo, che vive negli Emirati Arabi Uniti ed è cittadino francese ed emiratino. Durov non ha commentato le nuove accuse, mentre Telegram, al momento dell’annuncio, non ha diffuso dichiarazioni ufficiali.
L’inchiesta russa nei confronti di Durov non nasce oggi. Già nel febbraio scorso i media statali avevano reso noto l’avvio di un procedimento penale con l’accusa di favoreggiamento del terrorismo, sostenendo che Telegram fosse stata utilizzata per migliaia di reati, inclusi sabotaggi e attività estremiste. Nei mesi successivi lo stesso Durov ha dichiarato di aver ricevuto una convocazione come “sospettato”, definendo l’iniziativa un attacco alla libertà di espressione e al diritto alla riservatezza delle comunicazioni.
Ora l’FSB sostiene che la piattaforma avrebbe ignorato la rimozione di numerosi contenuti utilizzati per pianificare attentati, omicidi e frodi informatiche. Le autorità russe affermano inoltre che alcuni chatbot presenti sull’app sarebbero stati impiegati per reclutare giovani russi destinati ad azioni di sabotaggio.
Il nuovo affondo evidenzia una contraddizione ormai consolidata. Sebbene Mosca abbia limitato l’accesso a Telegram e continui ad accusare la piattaforma di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale, l’applicazione rimane uno dei principali strumenti di comunicazione nel Paese.
Anche gli organi ufficiali dello Stato, incluso l’ufficio stampa del Cremlino e numerosi ministeri, continuano infatti a utilizzare Telegram per diffondere comunicati e aggiornamenti. Parallelamente milioni di utenti russi accedono quotidianamente al servizio attraverso reti VPN, aggirando le restrizioni imposte dalle autorità. L’obiettivo del Cremlino appare sempre più quello di favorire la diffusione di servizi nazionali, come la nuova piattaforma statale MAX, destinata a sostituire progressivamente le applicazioni straniere nel mercato interno.
Per Durov si tratta dell’ennesima vicenda giudiziaria internazionale. Nell’agosto 2024 era stato arrestato in Francia nell’ambito di un’indagine sulla gestione dei contenuti illeciti pubblicati dagli utenti di Telegram. Le autorità francesi contestavano alla piattaforma una collaborazione insufficiente con gli investigatori su reati quali traffico di droga, materiale pedopornografico e altre attività criminali. Dopo alcuni giorni di fermo e mesi di restrizioni, nel marzo 2025 i magistrati francesi gli avevano autorizzato il ritorno negli Emirati Arabi Uniti.
Il procedimento russo si colloca però in un contesto profondamente diverso. Mentre l’inchiesta francese riguarda il rispetto degli obblighi di cooperazione giudiziaria, Mosca inserisce Telegram nel più ampio confronto con l’Ucraina e nella crescente stretta sul controllo dell’informazione online. Il caso riflette la volontà del Cremlino di riportare sotto il proprio controllo uno degli ultimi grandi strumenti digitali ancora relativamente indipendenti e utilizzati da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.
