Paladina dei diritti umani un po’ «strabica» quando ci sono di mezzo russi, cinesi oppure i loro protetti. Nemica dell’Italia su Rom e migranti ha sempre avuto il dente avvelenato con Israele. A 85 anni, il premio Nobel per la pace, Navanethem «Navi» Pillay, osannata dal politicamente corretto, ha più di qualche ombra nella sua lunga carriera di «paladina» dei diritti umani.
Non è un caso che Hamas abbia subito inneggiato su X alla notizia dell’alto riconoscimento. Pillay è nata in una famiglia di origine Tamil, che viveva in un quartiere povero della città sudafricana di Durban. Prima donna ad aprire uno studio legale si è distinta nel difendere gli oppositori durante l’apartheid. Dopo essere stata nominata giudice dell’Alta corte sudafricana ai tempi di Mandela ha intrapreso una lunga carriera con le Nazioni Unite. Nomine politicamente corrette, che con l’ascesa internazionale hanno fatto subito entrare in urto Pillay con Stati Uniti e Israele. Il suo vero volto è venuto fuori come Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, nomina osteggiata dagli Usa non certo di Trump. Pure diversi paesi europei cominciano a criticarla per le conferenze di Durban sul razzismo, che tirano fuori il peggio dell’Onu contro l’Occidente. A Durban II rimane tranquillamente ad ascoltare gli sproloqui anti-israeliani e negazionisti del presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, a differenza degli ambasciatori di diversi paesi che lasciano la sala in segno di protesta. L’allora ministro degli Esteri, Franco Frattini, gli Usa e altri paesi europei hanno boicottato l’assise ideologica contro il razzismo.
Pillay si è «vendicata» nel 2009 con un rapporto che, facendo esplicito riferimento a Durban II, accusa l’Italia «di discriminazione e trattamento degradante nei confronti dei Rom». E aggiunge che il nostro Paese considera i «clandestini come rifiuti pericolosi» scrivendolo pure apertamente sul Guardian. Oltre al montante dente avvelenato contro Israele, la neo Nobel, ha chiuso un occhio sul genocidio in Sudan ed è stata bollata dai media dello Sri Lanka, come «amica dei terroristi», i primi kamikaze, le Tigri Tamil, la sua etnia. Nel 2012 ha chiesto la fine delle sanzioni contro il regime di Mugabe nello Zimbabwe appoggiato da Mosca e Pechino. Due anni prima la Nobel di oggi non si fa vedere alla consegna dello stesso riconoscimento per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo. E la sua debole reazione all’annessione russa della Crimea è finita sotto tiro. Pillay ha pure cofondato l’Ong «Equality now» famosa per una campagna estremista pro-aborto soprattutto in Polonia e Nepal. In seguito, forte delle cariche Onu, è riuscita ad adottare documenti molto a favore del mondo LGBTQI+. Gli Usa sono stati fortemente criticati per il finanziamento ad Iron dome, la cupola di difesa anti-missile compresi quelli di Hamas lanciati dalla Striscia, osservando che «nessuna protezione del genere è stata fornita ai cittadini di Gaza contro i bombardamenti». Dopo il passaggio per la Corte penale internazionale è stata nominata a capo della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi. Il 7 ottobre è sempre rimasto in secondo piano e alla fine Pillay ha annunciato il rapporto che accusa lo Stato ebraico di genocidio a Gaza, senza se e senza ma, ottenendo il plauso di un’altra eroina anti-israeliana, Francesca Albanese.
