Nell’ultimo giorno del CPAC, la grande conferenza dei conservatori americani, dopo una serie di interventi dei membri dell’amministrazione Trump, il pubblico accoglie uno degli ospiti più attesi: Reza Pahlavi, erede dell’ultima monarchia iraniana.
Le misure di sicurezza sono massime: porte chiuse, controlli serrati e una forte presenza di iraniani in sala, visibilmente emozionati e in fibrillazione per l’arrivo di una figura simbolo per molti oppositori del regime di Teheran.
L’intervento si inserisce in un momento particolarmente delicato. All’interno dello stesso mondo conservatore, infatti, il tema dell'intervento in Iran divide la base Maga. Da una parte think tank, influencer, giovani attivisti e podcaster esprimono dubbi sulla guerra sottolineando le conseguenze economiche: dall’aumento del prezzo del gas ai rincari nei costi di produzione e trasporto.
Dall’altra, una parte consistente dei partecipanti sostiene invece la necessità di un intervento ritenendo lo sviluppo dell’arsenale nucleare iraniano una minaccia concreta per la sicurezza globale.
Quando Reza Pahlavi prende la parola, la sala si fa silenziosa. Il suo discorso si apre con un momento di memoria: un omaggio a tutte le vittime dei 47 anni di repressione sotto il regime iraniano. “Combattiamo non solo per il popolo iraniano di oggi, ma anche in nome di chi ha sacrificato la propria vita”, afferma.
Nel suo intervento Pahlavi sottolinea il ruolo cruciale degli Stati Uniti e indica nell’amministrazione Trump un punto di svolta: dopo quasi mezzo secolo, sostiene, si è aperta una reale possibilità di cambiamento di regime. Un processo che, secondo lui, non deve essere interrotto. “Lasciare spazio a una continuità del sistema, anche sotto nuove figure, sarebbe un errore. Non dobbiamo illuderci con una pace artificiale”, avverte.
Pahlavi rivela inoltre di aver ricevuto numerosi appelli, sia dall’interno dell’Iran che dalla diaspora, per guidare una futura transizione democratica. Tra questi, anche quelli di ufficiali militari che avrebbero rifiutato di eseguire ordini contro i civili.
Promette una transizione pacifica, guidata da una squadra di esperti, e un Iran nuovo: non più nemico, ma alleato degli Stati Uniti e persino di Israele. Il suo appello è diretto e senza ambiguità: chiede all’America di “mantenere la rotta” e "spianare la strada al popolo iraniano affinché porti a termine il lavoro" .
Il pubblico reagisce con entusiasmo. Non mancano applausi e cori, tra cui “Javid Shah" (lunga vita allo Scià), a testimonianza del forte sostegno di una parte dei presenti.
In chiusura, il messaggio si fa solenne: con l’aiuto e l’eroismo del popolo americano, uniti al sacrificio del popolo iraniano, è possibile “riscrivere la storia”. L’ultima frase, scandita tra gli applausi, riecheggia uno slogan ben noto: “Make Iran great again”.