Juan Hernandez non sapeva cosa fosse la SpaceX, e le storie cominciano sempre così, da un uomo che non sa, che entra in un capannone come si entra in una qualunque officina del mondo, con i guanti di crosta, la maschera abbassata, l'odore di metallo che ti resta addosso anche dopo la doccia, e che a Boca Chica, nel 2015, prende ventotto dollari l'ora per saldare l'acciaio inossidabile di un razzo che dovrebbe portare gli uomini su Marte, anche se a lui di Marte non importa niente, perché Marte è lontano e la rata della macchina è vicina, e il fumo della saldatura TIG sale dritto nell'aria umida del Texas mentre l'arco elettrico gli illumina la faccia di quella luce bianca che gli operai conoscono e i burocrati no. Lo avevano assunto come contractor, un lavoro come un altro, e poi a un certo punto qualcuno gli aveva messo davanti un foglio con una parola che gli operai del Novecento non avevano mai sentito, equity, e diecimila dollari in azioni di un'azienda che non era ancora quotata da nessuna parte, carta che non si poteva spendere, promesse di un valore futuro che forse non sarebbe mai arrivato.
Juan ci pensa, intravede la fregatura, per un po' non si fida, solo che a un certo punto fa un ragionamento quasi da gioco d'azzardo. Il salario che prendo adesso mi dà la sussistenza, ma le azioni sono l'avventura che può davvero cambiare la mia vita e quella della mia famiglia. Non faccio l'operaio, ma partecipo all'impresa: mi assumo il rischio. Il discorso però non si ferma qui, perché Juan con una parte dello stipendio compra altre azioni. Così, mese dopo mese, scommette su Marte come altri puntano sui cavalli.
Adesso la scommessa è arrivata alla cassa. La SpaceX si è quotata al Nasdaq, sigla SPCX, debutto a centotrentacinque dollari, chiusura a centosessanta e novantacinque, più diciannove per cento in un solo giorno, valore della società quasi milleottocento miliardi, e Elon Musk è diventato in poche ore il primo trilionario della storia umana. Sotto il trilionario ci sono gli altri, quattromilaquattrocento dipendenti diventati milionari nello stesso pomeriggio, quattrocento di loro oltre i cento milioni, e tra loro Juan Hernandez con le sue circa seimilacinquecento azioni che alla campana di chiusura valevano un milione e quarantaseimila dollari, un saldatore messicano che adesso, per ironia perfetta, salda i razzi di Jeff Bezos alla Blue Origin, e si considera sistemato per la vita.
Qui finisce il sogno americano e comincia Karl Marx. Il valore di una merce, sosteneva, non è il suo prezzo ma il lavoro umano che la contiene, che solo
il lavoro vivo crea valore nuovo mentre le macchine si limitano a trasferire quello vecchio, e che il capitalista compra la forza-lavoro al suo costo di riproduzione, il pane, la casa, la rata, ma la usa per molte più ore di quelle che paga. La giornata si spezza in due, le ore necessarie a guadagnarsi il salario e le ore di sovralavoro che finiscono gratis nelle tasche del padrone, e quel regalo non voluto si chiama plusvalore, ed è il motore segreto di tutto. È la ferita più profonda, l'alienazione, quella cosa per cui l'operaio è separato dal prodotto delle sue mani, lo costruisce e non gli appartiene.
Adesso guardate Juan. Il prodotto delle sue mani, il razzo, gli torna indietro sotto forma di un milione di dollari. Musk non ha aumentato i salari, ha fatto qualcosa di più sottile, ha trasformato l'operaio in un piccolo proprietario, gli ha dato un pezzetto della nave e gli ha venduto insieme una mistica, l'uomo multiplanetario, la missione, il senso che il salario da solo non dà mai. Sembra il superamento dell'alienazione scritto in linguaggio finanziario, l'operaio che finalmente possiede ciò che produce.
Juan possiede lo zero virgola zero zero qualcosa di un razzo che non deciderà mai dove andrà, mentre Musk possiede i razzi, le fabbriche, il tempo degli uomini e adesso anche i loro sogni di pensione. Non è tutto, ma è qualcosa: un pezzetto di utopia.