C’è chi ha il coraggio di assolvere Adbul Ballout, il ventunenne libanese che con un van ha compiuto una strage in occasione del Pride di Berlino. Era sabato 25 luglio quanto, intorno alle 22, il furgone che guidava è entrato nel parco cittadino di Tiergarten (nella foto) durante il Pride e ha investito la folla. Una persona è morta e altre 29 sono rimaste ferite, tre delle quali in modo grave.
Un attentato di matrice islamista in piena regola: era un sostenitore dello Stato Islamico che l’anno scorso avrebbe tentato di raggiungere l’Isis in Siria, ma sarebbe stato arrestato in Libano e rimpatriato in Germania in quanto cittadino tedesco. A ricordarlo, celebrandolo, è Vincenzo Fullone, uno dei volti della Flotilla, che gli dedica diverse storie su Instagram: «Avevi negli occhi il peso di un mondo troppo grande per la tua età. Avrei voluto che, almeno una volta, qualcuno ti avesse guardato con abbastanza amore da convincerti che valesse la pena restare. Che tu possa trovare la pace che qui non hai trovato», scrive dopo la morte di Abdul. In un’altra storia, invece, aggiunge che «non sono impazzito. Ho visto un ragazzo dove voi avete bisogno di vedere soltanto musulmano». Secondo lui, infatti, Abdul «non ha agito per troppo Islam. Dell’Islam non aveva quasi nulla: aveva rabbia, solitudine e un’identità consegnata a chi sapeva trasformarle in violenza. È cresciuto in una Germania che criminalizza perfino un’anguria». Siamo alla totale inversione del paradigma, in cui persino un terrorista viene giustificato. In cui in nome di un finto anticapitalismo e delle presunte cause umanitarie si ingentilisce chi miete vittime e feriti. E ciò lo si evince anche dalle parole di una donna pronunciate all’indomani dell’attentato in occasione della veglia delle vittime: «Quando ho saputo che una macchina si era lanciata sulla folla, ho pensato spero che non sia un immigrato o uno straniero, spero che sia una persona bianca e cristiana». Perché se fosse stato un uomo, bianco ed etero sarebbe stato il bersaglio perfetto. Se si inciampa, invece, nel dilagante islam radicale ad andare in tilt è la narrazione di una sinistra che va a braccetto con gli islamisti. Gli stessi che, notoriamente, considerano gli omosessuali come infedeli.
Meritano menzione anche le parole di Alfonso Pantisano, socialdemocratico e «commissario Queer» (solo per questa nomina servirebbe un trattato) di Berlino, che nell’intervista rilasciata a Repubblica tenta di dare una lettura che sia improntata solo sul disagio: «Tanti giovani, figli di migranti, sono molto frustrati dalla situazione, da come vengono trattati qui, dalle scarse opzioni che hanno. E sono molto vulnerabili quando vengono spazzati ai lati della società. Sono molto sensibili verso chi li illude, verso chi promette loro qualcosa di più bello, a partire dall’appartenenza a una comunità, a un gruppo. E poi vedo in loro questa grande rabbia». Tutto questo fotografa plasticamente il paradosso della sinistra europea, diventata negli anni il «cavallo di Troia» per l’infiltrazione dei nemici dell’Occidente. C’è anche chi festeggia per l’attentato, come si evince dalle migliaia di commenti sotto la notizia pubblicata da Al Jazeera: «Tutti gli idioti Lgbtq dovrebbero essere lapidati a morte», «è una buona notizia», «servono più morti». Un odio cieco nei confronti della comunità Lgbtq, la stessa che scende in piazza con le bandiere della Palestina senza aver mai letto il tono con cui vengono condannati i rapporti omosessuali nel Corano. E si continua così, tra invocazioni ad Allah, a innalzare a martire o eroe un uomo accecato dalla rabbia, arrivando alla forma più estrema di nichilismo, quella in cui nemmeno più la vita (degli occidentali) merita di avere un valore.
