La morte al Pride. Nel nome di Allah. Per mano di chi oggi la sinistra fa sfilare come vittima e non come carnefice della democrazia liberale. Piove fango su quel residuo di buon senso che l’Occidente ha barattato con l’ideologia da salotto. Guardate le piazze d’Europa: manifestazioni per la Costituzione e i diritti trasformate in succursali di movimenti che, nei loro Paesi, usano l’arcobaleno e il femminismo come bersaglio e il cappio come legge. Che capolavoro di ipocrisia. La sinistra, dopo trent’anni di tentativi di diventare liberale, è oggi ostaggio di un’anarchia che scambia teocrazia per resistenza e segregazione per folklore. Ed è solo l’inizio.
Ci voleva il gesto di un giovane, Abdul, 21 anni, che come a Modena si schianta con un furgone contro la libertà: contro il simbolo di una «libertà» di plastica, per ricordarci che il nemico non è l’avversario politico interno, ma il totalitarismo che preme ai confini dell’Occidente in crisi. Mentre in certe piazze le donne vengono recintate durante la preghiera, sotto lo sguardo complice di chi chiama «integrazione» l’accettazione dell’incompatibile, l’antagonismo si sposa col radicalismo mediorientale in un abbraccio pericoloso.
L’Italia che ci aspetta è questo teatro dell’assurdo; la Germania è un trailer. Dal sogno dell’inclusione a tutti i costi si scivola nell’occupazione degli spazi di libertà. Non sappiamo quanto servirà per svegliare gli illusi. Noi, però, non staremo zitti: il silenzio è il burqa del XXI secolo, la censura morale di chi teme la verità. Se piove, staremo sotto l’acqua. La libertà non è un’ideologia: è un confine invalicabile.
