La strada indicata dal governo di Giorgia Meloni sulla gestione dell’immigrazione trova sempre più spazio in Europa. Questa volta è la Grecia a spingere sull’acceleratore, con un progetto che punta direttamente alla creazione di un centro per il rimpatrio dei migranti in Africa. Un “return hub” fuori dai confini dell’Unione che Atene vorrebbe rendere operativo durante il proprio semestre di presidenza Ue, nella seconda metà del 2027.
Ad annunciarlo è stato il ministro greco per la Migrazione Thanos Plevris, intervenuto all’emittente televisiva Ant1. Il Paese africano che dovrebbe ospitare la struttura sarebbe stato addirittura già individuato. “Abbiamo già scelto il Paese, semplicemente non possiamo ancora rivelarne il nome”, ha spiegato il ministro. Tra le ipotesi circolate nelle ultime settimane figurano Uganda e Ruanda.
Ma soprattutto la Grecia non si muove da sola. Al progetto lavorano anche Danimarca, Austria, Germania e Paesi Bassi, con un prossimo incontro previsto insieme all’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Un asse di cinque Paesi che punta a rendere operativo nel 2027 un sistema di centri esterni all’Unione destinati a chi deve essere rimpatriato.
È difficile non vedere, nella direzione imboccata da Atene e dagli altri governi europei, una convergenza con la linea sostenuta da tempo dall’Italia. A giugno Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen avevano promosso una lettera, sottoscritta complessivamente da 19 leader europei, per chiedere un’applicazione più rapida delle nuove regole sui rimpatri e incoraggiare proprio la nascita di hub nei Paesi terzi. Nel documento veniva citata espressamente anche la cooperazione tra Italia e Albania.
Una soluzione che, nel frattempo, è entrata anche nel nuovo quadro europeo sui rimpatri. L’accordo raggiunto a giugno tra Consiglio e Parlamento Ue prevede infatti la possibilità per gli Stati membri di istituire strutture in Paesi terzi, sulla base di accordi con Stati che rispettino gli standard internazionali sui diritti umani e il principio di non-refoulement.
Plevris vuole andare oltre. La Grecia intende infatti portare al Consiglio Affari interni del primo ottobre anche un “meccanismo di misure eccezionali” da utilizzare in presenza di crisi migratorie di particolare gravità. Il riferimento è a quanto accaduto a Ceuta, dove alla fine di luglio decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine dal Marocco. Il governo spagnolo ha parlato di circa 72 mila ingressi, con circa 7 0mila successivi rientri in territorio marocchino. “Nei momenti di crisi bisogna adottare misure non convenzionali”, ha spiegato il ministro greco. E nel caso di quella che Atene considera una “strumentalizzazione della migrazione”, la posizione è ancora più netta: niente esame ordinario della richiesta di asilo, provvedimento immediato di rimpatrio e ritorno rapido.
Il segnale politico che arriva da Atene è quindi evidente. Gli hub esterni all’Unione, il rafforzamento dei rimpatri e la cooperazione con i Paesi terzi non sono più soltanto temi portati avanti da Roma. La Grecia prova ora a trasformarli in uno dei dossier della propria futura presidenza europea. E la linea che il governo Meloni ha spinto negli ultimi anni è diventata, sempre più, materia di iniziativa comune tra diversi governi dell’Unione.
