Pensare che il presidente Usa possa «fare la pace» con un criminale terrorista come Khamenei e due ore dopo azzuffarsi con il Papa, Macron o Giorgia Meloni è «da fessi». A meno che non si faccia finta di non sapere cos'è Trump: uno che tratta la diplomazia come un reality, dove contano i titoli in sovraimpressione, non la coerenza. L'audience si produce così: oggi stringi la mano al nemico, domani molli uno schiaffo all'alleato. Perché l'alleato risponde, il nemico no. E soprattutto: l'alleato vota, il nemico no. Se lui è Maga, l'Italia per lui è «magica»: gli serve come bersaglio utile mentre si avvicinano le elezioni di Midterm, con i repubblicani spaccati tra partito-Nato e partito-setta. E gli serve anche perché dall'altra parte del mare c'è Israele, con Netanyahu che deve tenere insieme guerra, urne e destra ortodossa senza farsi esplodere in mano tutto.
Quindi: chi si stupisce o è fesso davvero o ci marcia. Nessun mistero: Trump fa Trump, Netanyahu fa Netanyahu, l'Iran fa l'Iran. E l'Europa? Fa l'Europa: commenta. Poi c'è la specialità italiana, il bue che dà del cornuto all'asino: la sinistra che litiga su una foto da bar del Campo largo (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli) e l'escluso Renzi che risponde con un Clinton stagionato e un Biden rianimato. E intanto:
«Siete amici degli ayatollah e nemici di Meloni». Era inevitabile che, pure sul piano fotografico, la premier facesse più clic.
Lo sapevamo prima dell'ultimo «missile» verbale di Trump, figuriamoci adesso. La buona notizia, se così si può dire, è che per 60 giorni missili veri non potrà spararli. La cattiva è che noi, nel frattempo, rischiamo di continuare a spararci addosso. Da soli.