Gli Stati Uniti hanno autorizzato cinque gruppi petroliferi, tra cui l’Eni, a «riprendere le operazioni in Venezuela sotto la supervisione di Washington». In un documento pubblicato ieri sul sito web del Dipartimento del Tesoro, le società britanniche BP e Shell, la spagnola Repsol e il gruppo guidato da Claudio Descalzi «sono autorizzate a operare nel settore petrolifero e del gas in Venezuela, insieme alla società americana Chevron», che aveva potuto mantenere le operazioni lì grazie a un’esenzione speciale.
La gestione del petrolio è dominata dalla compagnia di stato Pdvsa, ma la legge venezuelana prevedeva che le aziende straniere potessero operare attraverso le “Empresas Mixtas“ in cui Pdvsa detiene solitamente la maggioranza.
Nonostante le sanzioni internazionali, diverse compagnie estere hanno quindi mantenuto una presenza strategica, come l’Eni che nel Paese produce gas, interamente destinato all’approvvigionamento locale e alla generazione di energia elettrica. Negli ultimi anni, il Cane a sei Zampe ha recuperato parte dei crediti maturati nei confronti di Pdvsa attraverso la fornitura di carichi di greggio destinati all’esportazione.
Da marzo 2025, però, le autorità Usa hanno revocato tutte le licenze o autorizzazioni precedentemente concesse a compagnie petrolifere non statunitensi per il recupero delle somme dovute attraverso il ritiro dei carichi di greggio di Pdvsa.
Adesso, nel nuovo documento si evidenzia che «qualsiasi contratto per transazioni con il governo venezuelano», Pdvsa debba specificare che il contratto sia regolato dalle leggi degli Stati Uniti così come «qualsiasi risoluzione delle controversie relative al contratto avvenga negli Stati Uniti». In secondo luogo, «qualsiasi pagamento monetario a una persona bloccata, esclusi i pagamenti per tasse locali, permessi o tasse, viene effettuato nei Fondi di deposito del governo estero, o in qualsiasi altro conto come indicato dal Dipartimento del Tesoro Usa. Tutti i pagamenti di tasse o royalty su petrolio o gas al governo del Venezuela, a Pdvsa, devono essere versati nei fondi di deposito del governo estero o in qualsiasi altro conto secondo le istruzioni del Dipartimento del Tesoro americano. L’autorizzazione non consente, inoltre, transazioni con aziende in Russia, Iran o Cina, né con entità controllate da joint venture con persone provenienti da quei Paesi».
Nel frattempo, Donald Trump sta pianificando di ridurre alcuni dazi applicati su prodotti in acciaio e alluminio. La scorsa estate, il presidente degli Stati Uniti ha imposto dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio fino al 50% e ha esteso le tasse a una serie di beni realizzati con questi metalli, tra cui lavatrici e forni. Ora, però, la Casa Bianca prevede di esentare alcuni articoli, interrompere l’ampliamento degli elenchi e avviare indagini di sicurezza nazionale più mirate su beni specifici.
Il problema è che i prezzi di prodotti come gli stampi per torte, lattine per alimenti e bevande sono aumentati. E secondo un rapporto della Federal Reserve di New York, le aziende e i consumatori americani hanno sostenuto il 90% dei costi dei dazi. Un fattore determinante in vista delle elezioni di mid-term di novembre.