«Sono delusa, lo capisce? Molto delusa».
Delusa da cosa, signora Bruck?
«Dal mondo, dall’umanità, dalla storia. Io sono nata circondata dall’antisemitismo, oggi a più di novant’anni vivo ancora nell’antisemitismo. Non finirà mai, mai, mai. Io sono ebrea, mi sento ebrea, vorrei che tutto questo finisse. Ma mi dia retta: non finisce».
Chi parla è Edith Bruck, una bellissima signora di 95 anni, scrittrice, poetessa, sceneggiatrice, anche regista, che ha visto nella sua vita, e sentito, cose inimmaginabili per noi. Lei è ungherese, di origini povere. Quando aveva 13 anni i nazisti la presero con tutta la sua famiglia e la portarono in un campo di concentramento. Era il 1944 e i tedeschi di Hitler dilagavano in Europa. La piccola Edith ha girato per cinque lager. Il primo è stato Auschwitz, l’ultimo Bergen Belsen, dove è arrivata dopo una infernale marcia nella neve e nel ghiaccio, e dove è riuscita miracolosamente a sopravvivere, con la sorella, fino al 15 aprile del 1945, quando sono arrivate le truppe inglesi a porre fine a quell’inferno. Poi Edith è tornata in Ungheria, aveva poco più di 14 anni, i genitori erano morti nei lager, lei si è trovata male nel suo paese, è scappata in Israele proprio alla vigilia della nascita del nuovo stato. Lì ha sposato il signor Bruck, per evitare di andare sotto le armi. E ha preso il suo cognome. Il cognome di origine di Edith, che poi ha abbandonato, era Steinschriber. Ma neanche in Israele si è trovata bene ed è fuggita in Italia, ha scelto di diventare italiana, ha iniziato a scrivere in italiano e ha usato questa lingua per raccontare i lager. Ha sposato Nelo Risi, regista famoso negli anni sessanta e settanta. Ha continuato a lavorare, a scrivere, a pensare. È lucidissima, triste ma lucida.
Ha saputo dell’aggressione dell’altra sera a un rabbino a Milano?
«Sì certo, ho saputo. Pugni, schiaffi sputi. Violenza».
Come ha reagito a questa notizia? È indignata?
«No, non sono indignata. Non riesco nemmeno più a indignarmi. Provo solo dolore, un grande dolore. Sto male».
L’antisemitismo sta crescendo?
«Sì, cresce. Ce l’hanno con gli ebrei. Ha sentito come dicono? Dicono: Voi ebrei, voi ebrei!. Sempre al plurale. Ma gli ebrei sono persone singole: un ebreo, più un ebreo, più un ebreo...Ognuno vale quello che vale. Pensa quello che pensa. Agisce come crede. Loro invece continuano con quelle espressioni. Ci considerano una razza, ci giudicano come razza».
Nasce così l’antisemitismo?
«Sì, è sempre stato questo. Voi, voi, voi. Ci danno tutte le colpe. Ora ci danno anche le colpe della politica del governo israeliano. Come se noi fossimo il governo israeliano. Come se tutti gli ebrei del mondo dovessero rispondere di quella politica. Io che potere ho sul governo israeliano?».
Non riesce più neanche a indignarsi?
«No, cosa vuole che mi indigni dopo tutto quello che ho vissuto?».
Signora Bruck, cosa si può fare?
«Cosa si può fare? Cosa posso fare? Io non posso fare niente. I singoli non possono fare niente. È la società che deve agire. Lo Stato. Bisogna educare i giovani, i ragazzini, spiegargli le cose, raccontargli cosa è successo e cosa può ancora succedere. Bisogna farlo nelle scuole, nelle associazioni».
Lei è molto pessimista?
«Lei dice che io sono pessimista quando dico che l’antisemitismo non finirà mai? No, amica mia, non sono pessimista: semplicemente le racconto quello che vedo, quello che sento, le cose per le quali sento dolore, Io credo che l’antisemitismo non finirà mai».
Non ha nessuna speranza?
«L’antisemitismo lo ho visto in tutti i luoghi nei quali ho vissuto. In Ungheria, dove sono nata, in Italia che è la mia terra di adozione. Lo sa benissimo che l’ho visto anche nei campi di concentramento dove sentivo ogni mattina il vento della morte. Cosa vuole chiedermi? Che risposte si aspetta da me?».
Le chiedo cosa pensa che dovrebbe fare la politica.
«Ma io non sono qui per fare polemiche, non so cosa potrebbe fare. Sono qui per dirle quello che vedo e quello che sento. Lei chiede a me cosa provo a vedere un rabbino aggredito solo perché ebreo, lo chiede a me perché sono tra i pochi superstiti di Auschwitz e di Bergen Belsen. Sì, sono tra i pochi superstiti e vedo che dopo ottant’anni l’antisemitismo non è morto. Soffro, signora, io soffro, soffro, provo dolore. Solo questo mi resta da dire».
Vuole vendetta?
«Mai. Glielo giuro. Non ho mai desiderato la vendetta. Mai. Io perdono. Perdono le persone, odio la violenza. Per questo odio l’antisemitismo».
