Per i democratici Usa le cose non potrebbero andare meglio di così. Almeno sulla carta. A meno di 100 giorni dalle elezioni di midterm che potrebbero ridisegnare gli equilibri al Congresso restituendo il controllo della Camera al partito dell’asinello, gli indici di approvazione per Donald Trump puntano verso il basso mentre la guerra in Iran voluta dal commander in chief si trascina senza una fine in vista erodendo il consenso dei simpatizzanti del Gop, sempre più preoccupati per l’aumento dei costi energetici. Nonostante ciò, però, le consultazioni del 3 novembre rischiano di regalare ai dem una nuova amara sorpresa a distanza di due anni dalla cocente sconfitta di Kamala Harris.
Come riporta infatti il New York Times, il Comitato Nazionale Democratico (Dnc), l’organizzazione che gestisce a livello nazionale il partito, è piagato da disfunzionalità e debiti. Elementi che rischiano di annullare il vantaggio teorico dei dem sui repubblicani. Al centro dello psicodramma c’è il 53enne Ken Martin, il quale subito dopo l’elezione l’anno scorso alla guida del Dnc aveva promesso di ricostruire il partito dalle fondamenta portando il potere da Washington a tutti i 50 Stati e che sino ad ora non è riuscito a raggiungere nessun obiettivo significativo in vista dello scontro con la corazzata Trump.
Anzi. Mentre Martin scherza sulla possibile fine anticipata del suo mandato e denuncia fughe di notizie, il Dnc da lui diretto ha accumulato un debito da due milioni di dollari e chiede ai suoi fornitori di non inviare le fatture prima delle elezioni di midterm. Il confronto con quanto avviene al di là delle barricate è impietoso. Il Comitato Nazionale Repubblicano (Rnc) ha raccolto circa 130 milioni di dollari, a cui si aggiungono i 400 milioni di dollari del super Pac controllato da The Donald e dai vertici dell’Rnc fanno sapere di avere “le risorse, i candidati e il miglior portavoce nella storia del nostro partito: Donald J. Trump”.
Impossibile minimizzare le preoccupazioni causate dai conti in rosso del Dnc. Tale istituzione dovrebbe non solo aiutare i democratici a riconquistare il potere a Capitol Hill ma anche guidare il partito in vista della corsa per la Casa Bianca del 2028, supervisionando un nuovo calendario per le primarie e organizzando i consueti dibattiti e la convention nazionale. Non stupisce dunque che per Martin la situazione disastrosa del Dnc abbia ricadute sui suoi nervi. Ad inizio luglio, scrive il New York Times, in un momento di frustrazione il capo del comitato dem ha lanciato il suo telefono sulla scrivania di un assistente mentre lo rimproverava. Un episodio per il quale Martin ha incontrato i funzionari delle risorse umane del Dnc.
La debolezza del partito dell’asinello, ovviamente, non dipende solo dal nervoso capo del suo comitato. Il tentativo di imitare il Gop nella ricerca di candidati più vicini alla gente comune si è rivelato un disastro nel Maine dove l’aspirante senatore Graham Platner ha dovuto abbandonare la corsa dopo una serie di accuse di abusi sessuali. Non è passata poi inosservata la denuncia contenuta in un editoriale di Rahm Emanuel, tra i possibili candidati dem alle presidenziali del 2028, pubblicato sul Wall Street Journal. L’ex chief of staff di Obama ha puntato il dito contro i “Bernie bros” e l’impatto che potrebbero avere i socialisti democratici, emersi vincenti in alcune recenti primarie, sulle imminenti consultazioni. “Per vincere dove conta davvero, i democratici devono sottolineare i punti in comune che condividono con la maggioranza dell’elettorato”, scrive Emanuel criticando lo smottamento a sinistra del suo partito. Qualcuno potrebbe però controbattere che per vincere serviranno anche molti soldi. E come direbbe il tycoon, su questo fronte, i dem sembrano proprio non avere le carte.
