La chiamerei «Sindrome di Sansone», o forse più semplicemente paura. Fatto sta che le due bionde della destra occidentale hanno fatto saltare i circuiti al maschio alfa che per decenni ha bullizzato la geopolitica. Prendete Donald Trump. Sbarca ad Ankara, ringhia contro l'Europa, agita il portafoglio sulla Nato e poi, tra un fendente e l'altro, confessa il peccato: Giorgia Meloni gli piace. Proprio lei, che fino a ieri cercava di esorcizzare via social ogni mattina al risveglio. Chiedendo perfino un ordine restrittivo.
Ne esce l'immagine di una premier italiana che non solo tiene botta, ma rispedisce al mittente quella scemenza delle «ginocchia flesse», feticcio retorico di una sinistra ferma al paleozoico. Quelli che sventolano la Costituzione come un santino e si sentono proprietari del femminismo, salvo poi tacere quando l'insulto sessista colpisce l'avversaria, restano chiusi in una Ventotene virtuale, a distribuire patenti di antifascismo tra un sogno e un'ambizione frustrata.
Stessa musica a Parigi. Marine Le Pen l'hanno processata, interdetta, quasi esiliata. Risultato? La destra vola e il delfino Bardella cresce più forte della madre politica. E così, per quel vecchio vizio chiamato democrazia, hanno dovuto inventarsi il «metodo Champenoise»: vinificata in bianco ma derivata dall'uva nera, Marine resta in corsa per l'Eliseo. Quando il regno del moribondo Macron esalerà l'ultimo respiro, lei sarà lì.
Più che non piacere, queste donne fanno paura. Hanno provato a zittirle in ogni modo, ma alla fine avevano ragione i progressisti: quando le donne arrivano al potere, la musica cambia davvero. Peccato che lo spartito non l'abbiano scritto loro.