«La politica? È il più autentico dei reality»

Lasciatelo divertire. Slavoj Zizek è fatto così. È uno dei filosofi più controversi al mondo, non perché il suo pensiero sia particolarmente problematico, ma perché un certo numero di suoi lettori - la metà? - non è ancora riuscito a capire se sia un ciarlatano oppure no. Ma questo ce lo si chiede ancora oggi, per esempio, pure di Jacques Lacan, che ha rivoltato come un guanto la psicanalisi del Novecento, oltre che la vita e il pensiero dello stesso Zizek, un lacaniano di ferro, psicanalista oltre che filosofo. Quindi, che lo leggiate o entriate in analisi con lui, aspettatevi nell’ordine: un linguaggio roboante, diagnosi paradossali e spiazzanti, nessuna suddivisione «alto-basso» in nessun campo della cultura o dell’anima. Un momento Zizek vi cita Platone, il momento dopo vi terrà un dettagliato discorso su Paris Hilton, dietro il quale si avverte che c’è una morale, ma lui non la dice mai. Ha scritto cinquanta libri tradotti in venti lingue - da Contro i diritti umani all’ultimo appena uscito in Italia per Ponte alle Grazie In difesa delle cause perse - e collabora con le maggiori testate del globo, New York Times compreso, commentando avvenimenti politici, mass media, cinema.
A vederlo, sembra uscito da Papà... è in viaggio d’affari di Kusturica, anzi, a Kusturica ci assomiglia pure un po’, solo che questo è nato a Sarajevo, e Zizek, invece, a Lubiana, dove ha una cattedra all’università (ma insegna anche alla Columbia e a Princeton). Uno slavo, dunque. Vestiti stazzonati, barba sfatta e perenni occhi pesti, come quelli di uno che ha appena finito una rissa e tre o quattro thermos di irish coffee. Pochi anni fa Zizek ha fatto scalpore - finendo su diversi periodici di gossip - per aver sposato Analia Hounie, una modella argentina che ha la metà dei suoi anni e sembra uscita dal catalogo di lingerie Victoria’s Secret. Non male, per un filosofo innegabilmente «pop», che spesso sviscera l’anima del nostro tempo attraverso i blockbuster di Hollywood (celebre e molto citata la sua analisi di Matrix). Inevitabile, con lui, parlare di grandi eventi mediatici.
Il funerale di Michael Jackson è stato un po’ diverso da quello di Lady Diana. Sembrano appartenere a due epoche diverse.
«Riflettiamoci, su Michael Jackson. La televisione ne proietta ancora un’immagine angelica, anche quando deve raccontare che giocava nel lettone con i bambini. Proprio grazie ai media Jackson si era collocato al di là del sesso e al di là della corruzione. Eppure sul palco o in video era un personaggio davvero osceno. Guardiamo i clip di Bad o Thriller: si tocca i genitali, fa mosse erotiche. Credo che Jackson si sia comportato coscientemente come il personaggio di Lulu: innocenza infantile e corruzione estrema. Questo ci affascina, anche se per Diana, che aveva le stesse caratteristiche, non è così».
Com’è, invece?
«Diana era estremamente più manipolatrice di Jackson. Il suo umanitarismo, il suo aspetto finto di ragazza innocente presa nel bel mezzo delle ipocrisie della famiglia reale, sono di gran lunga più falsi e manipolatori di tutto Neverland. Si può analizzarla con gli stessi strumenti che ha usato Christopher Hitchens per Madre Teresa. Ad ogni modo, sia Diana che Jackson contavano sui media per la loro immagine, dobbiamo però considerare questa cosa radicalmente, e di solito non lo si fa».
Facciamolo.
«Non c’è una figura autentica di Jackson o Diana nascosta sotto la loro immagine mediatica. La loro vita personale, persino la loro struttura psichica, l’hanno fatta i media. Un altro caso limite è Paris Hilton, famosa senza alcun motivo, solo perché svolge il suo ruolo mediatico con una sostenuta arroganza. È come nei reality: noi non vediamo la realtà delle persone, vediamo persone che giocano a impersonare se stesse. Anche nella vita di tutti i giorni, psicanaliticamente, noi non siamo noi stessi, ma impersoniamo noi stessi. In questo non c’è niente di disdicevole, ed è tipico dell’oggi».
Può spiegare meglio?
«Nel film di Vittorio De Sica Il generale Della Rovere i nazisti spingono un ladro da quattro soldi a impersonare un partigiano. Egli comincia a crederci così tanto che alla fine viene ucciso come uno della Resistenza. Questo per me è un esempio di autenticità, contro tutti coloro che ti dicono: “Sii te stesso!”. L’unica autenticità è impersonare in modo autentico un ruolo. Come fa Berlusconi, anche se lui ha un ruolo formale e morale dove dovrebbero entrare in gioco dinamiche diverse».
Obama, invece?
«Obama è un presidente tragico. Simpatico, ma tragico. Sta facendo quel che può per salvare il capitalismo, non ha scelta, come rimproverarlo? Se riuscirà, sarà triste, se fallirà, sarà ancora più triste. La sua è una posizione onestamente tragica. Un presidente democratico che passerà alla storia per aver fatto cose da conservatore».
Paradosso per paradosso, Berlusconi sarà ricordato come un grande presidente comunista?
«Conosce Zhou En Lai?».
Non era il vice di Mao? Un uomo molto colto, grande diplomatico, intriso di cultura europea.
«Esatto. Durante la guerra di Corea, negli anni Cinquanta, gli chiesero cosa pensasse della Rivoluzione Francese. Lui rispose: è troppo presto per formulare un giudizio».
Ok, parliamo allora di ottundimento delle emozioni: è l’accusa principale che oggi si fa ai mass media, televisione su tutti.
«Non credo che la televisione ottunda le emozioni. Anzi. In molti programmi, la risata è parte della colonna sonora: la Tv ride per me. Eppure, dopo, mi sento sollevato come se avessi riso realmente. Credo che la cosa vada anche oltre, che arrivi persino a emozioni intime come il credere. Questo accade perché tutte le emozioni, eccetto l’ansia, sono inautentiche».
Scusi?
«Lo diceva anche Freud. L’unica vera emozione è l’ansia. Tutte le altre sono inautentiche, al minimo. Quindi, come è possibile che i mass media ci alienino da emozioni autentiche?».
Certo influiscono su di noi nel profondo.
«Innegabile. Guardavo tempo fa un documentario intitolato “Uomini liberi”, autoprodotto da alcuni dei carnefici che negli anni Sessanta massacrarono almeno due milioni di sospetti comunisti in Indonesia. I protagonisti del documentario raccontavano con orgoglio di come stuprassero donne e torturassero uomini, e tutto ciò, per usare le loro parole, “con in mente i film di Hollywood”. Terrificante».
Questa influenza dei media ha, per paradosso, cancellato il corpo nei rapporti tra persone.
«Sì. Credo che la frase che Sartre disse cinquant’anni fa, “l’inferno sono gli altri”, sia oggi ancora più vera. Nascono così reati indefinibili, come quello di “molestie”, in cui l’unica colpa è quella di essersi avvicinati troppo agli altri. In America, se guardo una donna negli occhi vengo accusato di “stupro visivo”, se dico una parolaccia, di “stupro verbale”. C’è una paura dell’intimità, e la causa di ciò sta anche nell’idea che la sinistra ha di tolleranza multiculturale e nell’utopia di poter avere un’esperienza dell’altro senza essere feriti dall’altro. Vogliamo il gelato senza zucchero, la birra senz’alcol, la bistecca senza grassi. E l’altro, sì, ma decaffeinato. Il risultato è una serie di esplosioni di violenza molto reale».

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