Un aiuto anticrisi ma zero regali a chi non fa riforme

Ma non sono euro. Senza le riforme l'Italia tornerà nel caos

Draghi ha sciolto ieri un equivoco che si trascinava da mesi. Forse addirittura dalla caduta del governo Berlusconi del 2011. E cioè che la Banca centrale europea dovesse prima o poi ergersi a difesa del debito pubblico italiano, ovvero dello spread tra i nostri rendimenti e quelli della Germania. Ebbene, da ieri sappiamo che non è così. Né avrebbe mai potuto esserlo per due motivi: il primo tecnico, legato allo statuto e alla missione della stessa Bce. Il secondo molto più concreto e decisivo: il veto della Germania di Angela Merkel, che infatti esce vincente dalla partita che giocava in casa, a Francoforte. Così con le decisioni di ieri, il presidente della Bce Mario Draghi ha dato una risposta «bancaria centrale» alla crisi economica, non a quella finanziaria dei singoli Stati. Il banchiere romano, a Francoforte dal 2011 e fino al 2019, comprerà 50-52 miliardi di titoli di Stato al mese per 19 mesi (altri 8-10 erano già in conto nell'acquisto di titoli abs e altri bond, «covered») non per alzarne i prezzi (e dunque comprimerne i rendimenti), ma per aumentare la base monetaria e indebolire l'euro, puntando così a mettere in moto il circolo virtuoso della creazione di domanda e inflazione.

L'equivoco di cui sopra, su cui ha vinto Merkel, è sciolto perché il rischio che grava su quei titoli verrà spalmato su tutti i 19 Paesi dell'euro, tramite la Bce, solo per il 20%. Il resto rimarrà a carico delle singole banche centrali nazionali. E dunque finirà sui bilanci degli Stati dell'eurozona. Per l'Italia significa ritrovarsi sul gobbo, di qui al settembre 2016, il rischio su circa 100 miliardi di Btp (che corrispondono all'80% dell'intero ammontare di acquisti destinato al debito italiano pro quota sul peso nel capitale Bce). Il quid pro quo era pensare che la Bce si accollasse il 100% del rischio. Una scelta che sarebbe stata equivalente a quella di un'emissione surrettizia di mille miliardi di «eurobond». Strumento che non esiste, avversato dai tedeschi come il peggiore dei mali.

Da un lato è un'occasione persa per compattare l'Unione monetaria. Ma quella doveva essere una decisione politica. Draghi ha invece fatto il suo con una scelta di politica monetaria. E che scelta: gli oltre mille miliardi messi sul piatto corrispondono, in termini di percentuale sul Pil e sul debito dell'eurozona, a quanto immesso sul mercato dal capo della Fed, Ben Bernanke, negli Usa nelle tre tranche di «quantitative easing» degli ultimi sei anni. Una massa di liquidità che per forza si tradurrà anche nel contenere lo spread. Ma non basterà: da ieri è più che mai chiaro che gli Stati, Italia in testa, chiamati a implementare progetti di risanamento delle finanze pubbliche e riforme strutturali non potranno allentarne né i tempi, né la portata.

La Bce su questo non potrà fare più nulla. il suo obiettivo è quello di portare l'euroinflazione al 2%, non lo spread Btp-Bund a zero. Non è un caso che Draghi abbia ieri definito «futili» le discussioni sulla distribuzione dei rischi: non era un suo compito, non stava nel suo mandato, non gli interessava. Per questo la palla passa ora ai governi nazionali. Anche perché, a lungo andare, esaurita la sbornia in corso nelle Borse, anche il mercato inizierà a dare un peso a quell'80% di rischio sui 100 miliardi di euro in capo a Bankitalia. E difese, da Francoforte, non ce ne potranno essere più.