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Alessia nel carcere delle torture. Si muove l'Italia

Detenuta a Evin, Farnesina al lavoro. Liberato Hajipour, autore dell'inno simbolo

Alessia nel carcere delle torture. Si muove l'Italia

Si troverebbe nel carcere di Evin, famigerata prigione iraniana per i dissidenti politici, a Teheran, Alessia Piperno, la trentenne romana arrestata nella capitale iraniana. La ragazza sarebbe stata portata lì subito dopo il fermo, scattato secondo il padre il giorno del suo compleanno, il 28 settembre, e dallo stesso carcere avrebbe telefonato in Italia per chiedere aiuto. Lì erano detenuti migliaia di oppositori uccisi nelle esecuzioni di massa nel 1988, penitenziario famoso per i maltrattamenti, soprannominata «università Evin» per i tanti studenti detenuti, luogo di torture, violenze sessuali, finte esecuzioni e ingerimento forzato di sostanze chimiche. Alessia avrebbe trascorso un periodo anche nel Kurdistan iraniano, una zona che viene costantemente monitorata per via delle istanze anti regime. In uno degli ultimi post scritti su Instagram, Alessia raccontava della manifestazioni di piazza e di come un giorno nel suo ostello arrivarono due donne, due uomini e due bambini per chiedere loro aiuto, spaventati dagli scontri.

Sull'intera vicenda più fonti autorevoli ribadiscono la necessità di mantenere il silenzio, per evitare di compromettere i tentativi per riportare in Italia la travel blogger. Anche perché sarebbe in atto la volontà di politicizzare l'arresto a prescindere dalle circostanze che lo hanno determinato. «L'Ambasciata d'Italia a Teheran, in stretto raccordo con la Farnesina, sta seguendo la vicenda», ha ferito una nota della Farnesina, nella quale si precisa che «i genitori della ragazza sono stati ricevuti alla Farnesina dal Direttore Generale per gli Italiani all'Estero, Luigi Maria Vignali».

Intanto in Iran, la magistratura iraniana già promette punizioni dure ed esemplari per i «mercenari» al servizio di interessi stranieri che aizzano i manifestanti, che da settimane protestano dopo la morte di Mahsa Amini sotto custodia della polizia, arrestata per non aver indossato correttamente il velo. «I mercenari stiano certi che saranno affrontati dalla legge in maniera dura in modo che imparino la lezione», ha dichiarato il portavoce Massoud Setayeshi. Quanto ai giovani che sono stati «ingannati dal polverone mediatico», beneficeranno del «perdono islamico», a patto che facciano ammenda per il loro errore, dimostrando pentimento e rinnegando le loro azioni», ha aggiunto. «Manifestare è legale ma dare fuoco a proprietà pubbliche e private, uccidere e ferire agenti di polizia non è considerato un modo di protestare», ha detto il capo della magistratura dell'Iran, Mohseni Ejei.

Eppure nessuna minaccia sembra fermare le proteste che proseguono e che si stanno diffondendo in molte scuole e università. Sale ad almeno 154 il numero di persone uccise. I morti sono distribuiti in 17 province, solo a Zehadan 63 morti. Gli studenti di Teheran, Urmia, Semnan, Tabriz, Babol, Ferdowsi, Mashhad, Yazd e dell'Università di scienze mediche Al-Zahra hanno continuato a ribellarsi anche contro la repressione dei manifestanti, chiedendo il rilascio dei loro compagni arrestati. Studentesse delle scuole superiori in varie città dell'Iran si sono tolte il chador a Shiraz giovani per strada hanno bloccato il traffico con il velo in aria gridando «morte al dittatore», in riferimento alla Guida Suprema Alì Khamenei. «Una mossa senza precedenti», ha commentato la Bbc. Un gruppo di ragazze di un liceo di Karaj, a ovest di Teheran, ha aggredito il preside che cercava di far indossare loro il velo. Unica nota positiva, il musicista 25enne, Shervin Hajipour, arrestato dopo che la sua canzone a sostegno delle proteste per la morte di Mahsa Amini era divenuta popolare sui social media, è stato rilasciato ieri su cauzione. Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha lanciato un appello all'«unità nazionale». «L'unità e l'integrità nazionale sono necessarie per indebolire il nostro nemico», citando le «cospirazioni dei nemici». Questa settimana gli Stati Uniti «imporranno ulteriori costi per i responsabili della violenza contro i dimostranti pacifici», ha annunciato il presidente Biden. Italia, Spagna, Germania, Francia, Danimarca e Repubblica Ceca, hanno proposto ai partner Ue di imporre sanzioni contro l'Iran e si guarda alla prossima riunione dei ministri degli Esteri a fine mese per una decisione.

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