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Ma all'Italia occorrono altri 15 miliardi per aiutare la natalità

Dal governo oltre 22 miliardi per le famiglie ma serve uno sforzo in più. Il nodo pensioni

Ma all'Italia occorrono altri 15 miliardi per aiutare la natalità
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La Festa della Mamma ieri ha riproposto inevitabilmente i numeri di una crisi demografica che rappresenta ormai la principale emergenza italiana. Nel 2025 sono nati appena 355mila bambini, con un ulteriore calo del 3,9% rispetto all'anno precedente. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, mentre l'età media al parto è salita a 32,7 anni.

Negli ultimi anni il governo ha però invertito una tendenza storica fatta di disinteresse verso la famiglia. L'assegno unico universale, i bonus nido, gli sgravi contributivi per le madri lavoratrici e le misure per i mutui destinati ai giovani rappresentano il più grande pacchetto di sostegno alla natalità mai messo in campo in Italia negli ultimi decenni. Solo l'Assegno Unico vale ormai oltre 20 miliardi di euro all'anno, mentre tra bonus, detrazioni e incentivi si arriva a circa 22-23 miliardi destinati direttamente alle famiglie. È una cifra enorme, soprattutto se confrontata con il passato recente, quando il tema natalità veniva affrontato quasi esclusivamente sul piano ideologico.

Eppure la situazione resta difficile. La ragione è semplice: il problema accumulato in decenni di denatalità non può essere risolto in pochi anni. Molto si è discusso nelle ultime settimane delle tesi secondo cui la maternità sarebbe diventata una forma di burnout femminile. I dati raccontano certamente difficoltà reali: il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 54 anni con figli piccoli è del 58,2%, contro il 66,1% delle donne senza figli in età prescolare. Ma sostenere che l'Italia punisca le madri significa ignorare completamente lo sforzo economico messo in campo negli ultimi anni.

La verità è che nessun sistema economico avanzato può eliminare del tutto il costo umano e organizzativo della genitorialità. Avere figli comporta inevitabilmente responsabilità, tempo e sacrifici. Pensare che la maternità possa diventare un'esperienza totalmente neutra rispetto alla vita lavorativa significa inseguire un modello teorico che non esiste in nessuna parte del mondo.

Il punto vero è semmai un altro: rendere quei sacrifici sostenibili e compatibili con una vita economicamente stabile. Oggi lo Stato italiano destina circa 500 miliardi di euro a pensioni e sanità, mentre la spesa diretta per genitorialità e famiglia si ferma poco sopra i 22 miliardi. È evidente che serva un riequilibrio graduale delle priorità pubbliche.

Per questo nei prossimi anni serviranno probabilmente altri 15-20 miliardi di euro destinati a ridurre il peso fiscale sulle famiglie e sostenere l'occupazione femminile. Considerato che il Patto di Stabilità toglie margini di manovra al legislatore pubblico, occorrerà definire prle priorità. Il quoziente familiare, proposto in fase sperimentale come limite al taglio delle detrazioni, andrà proposto come vero discrimine per il prelievo Irpef. Il costo? Tra i 10 e i 15 miliardi di euro annui. Poi, servirebbero tra i 6 e gli 8 miliardi per una deducibilità totale delle spese legate ai figli (babysitter, asili nido, scuole, ecc.). Date le ultime tendenze e i costi medi questa proposta costerebbe tra i 6 e gli 8 miliardi di euro, ovviamente con un tetto massimo alle spese che si può stimare in 10mila euro annui. Il contrasto all'evasione derivante dal conflitto di interessi contribuirebbe ad attutire l'impatto della spesa. Resta che con una cifra di poco superiore ai 10 miliardi di euro si potrebbe indurre un numero maggiore di donne e di uomini a non abbandonare la sfida della genitorialità.

Fermi restando i limiti del Patto, l'unica possibilità resta quella (ove la spesa pubblica non fosse ulteriormente incomprimibile) di recuperare qualcosa dai 150-160 miliardi di trasferimenti annui all'Inps. Una scommessa, ma anche una sfida per un Paese che voglia scommettere sul proprio futuro.

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