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Da Ankara esce un'Alleanza trasformata. Ma l'assetto fondamentale resta salvo

Invariati il principio dell'unanimità e il relativo quadro giuridico. Eppure si è aperto uno spazio di negoziazione quasi permanente

Da Ankara esce un'Alleanza trasformata. Ma l'assetto fondamentale resta salvo
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I summit della Nato appaiono oggi profondamente diversi dalla funzione originaria del 1949. Durante la Guerra fredda i vertici erano rari e soprattutto simbolici: le decisioni venivano prese negli organismi permanenti, nei comitati militari e nelle riunioni ministeriali.

Venuto meno l'avversario storico, la Nato dovette ridefinire la propria ragion d'essere. I vertici divennero il luogo privilegiato per decidere i nuovi obiettivi: l'allargamento a est, le operazioni fuori area, la ricerca di un ruolo in un sistema internazionale privo di un antagonista sistemico.

Una terza fase si aprì dopo la crisi ucraina del 2014: la difesa collettiva tornò al centro della missione dell'Alleanza Atlantica e i summit assunsero una dimensione sempre più operativa, definendo piani militari, livelli di prontezza, programmi di riarmo, investimenti industriali e posture strategiche.

L'invasione russa del 2022 ha ulteriormente accelerato questa trasformazione, inaugurando una vera e propria quarta fase. I vertici tendono ormai a configurarsi come uno spazio di negoziazione quasi permanente tra interessi nazionali, leadership politiche, priorità economiche e dimensione comunicativa.

Coerentemente con questa evoluzione, il vertice di Ankara non ha avviato un processo di revisione dei trattati fondativi volto a modificare l'architettura istituzionale della Nato. Quindi, nonostante le voci che da tempo spingono in tale direzione, sono rimasti invariati il principio dell'unanimità e il relativo quadro giuridico.

La scelta di evitare una revisione profonda deriva dalla consapevolezza che una riforma formale avrebbe aperto questioni complesse: la distribuzione dei poteri, il ruolo degli organismi decisionali, la gestione della leadership del Segretario Generale nel mediare i dissidi interni e l'autonomia di alleati storicamente divisi tra Fianco Est e Fianco Sud, senza contare gli attriti politici interni.

Tra tutte, il mancato richiamo esplicito al parametro del 5% della spesa rappresenta così l'elemento più interessante della dichiarazione finale. Di certo non indica un arretramento, ma una scelta diplomatica intesa a spostare l'attenzione dalla quantità della spesa alla capacità effettiva di produrre sicurezza.

Per l'amministrazione Trump, tuttavia, quest'assetto prudente potrebbe segnalare un'insufficiente determinazione europea nel trasferimento di responsabilità richiesto da Washington. Ciò potrebbe contribuire a rafforzare, alla Casa Bianca, le posizioni favorevoli a un progressivo sganciamento statunitense dalla Nato, o quantomeno da quel modello che ha visto finora Washington come garante principale della sicurezza europea.

Il vertice di Ankara ha inciso anche sul sostegno all'Ucraina, che accentua la distinzione tra contributo militare, economico e leadership politica. Quest'approccio modifica il tradizionale principio di condivisione degli oneri e potrebbe, nel tempo, alimentare differenze tra gli alleati su priorità e sostenibilità degli impegni.

Parallelamente, il vertice punta sull'integrazione industriale della difesa tramite appalti congiunti e aumento della capacità produttiva, estendendo la sfida ai domini cyber e spaziali. Tuttavia, la frammentazione delle industrie nazionali, la competizione per i programmi comuni e la tutela degli interessi statali restano ostacoli rilevanti difficili da superare.

Ankara ha confermato una modalità di governo dell'Alleanza in cui l'evoluzione passa da decisioni operative, strumenti finanziari e coordinamento industriale.

Una trasformazione profonda, destinata a incidere almeno quanto una revisione formale del Trattato Nord Atlantico ma, a differenza di quest'ultima, priva delle garanzie offerte dalle procedure di ratifica previste per le modifiche dei trattati internazionali.

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