Un ansiolitico nei cappuccini per rubare il posto alla collega

In agenzia c'era aria di tagli. Così, per farla sbagliare, addormentava la rivale. Condannata a quattro anni

È stata condannata a quattro anni di carcere, l'impiegata di 52 anni di Bra - in provincia di Cuneo - che, secondo l'accusa, per un lungo periodo di tempo ha «corretto» il cappuccino di una collega con degli ansiolitici. Il movente sarebbe da ricercare nel timore della dipendente condannata, di perdere il lavoro per un taglio del personale annunciato dall'agenzia assicurativa dove entrambe lavoravano. Versando le benzodiazepine nella bevanda calda, la 52enne sperava che la rivale, imbambolata dai farmaci, potesse cadere in un errore così, ad essere licenziata, sarebbe stata lei.

Tutto inizia tre anni fa, quando la vittima si accorge che i suoi malesseri - spossatezza, sonno improvviso, giramenti di testa, riflessi rallentati - si verificano solo dopo aver bevuto il cappuccino portato dalla collega in ufficio. Tutti sintomi che, secondo i periti, possono spiegarsi solo con l'ingestione di dosi massicce di ansiolitici. Insospettita sporge querela nei confronti della collega che ogni mattina le porge la bevanda. I carabinieri seguono la sospettata al bar, notando che prima di portare il vassoio in ufficio aggiungeva qualcosa in una delle tazzine. La prova principale portata dall'accusa - sostenuta dal pm Donatella Masia - è però l'esame su un campione di cappuccino che la vittima aveva fatto analizzare quando aveva iniziato a sospettare che quella fosse la causa dei suoi mali. La bevanda esaminata conteneva quantità elevatissime di benzodiazepine.

Nelle motivazioni della sentenza, il giudice Giorgio Morando, ha spiegato che avrebbe potuto configurarsi anche il reato di tentato omicidio, un'ipotesi non contestata dall'accusa che ha chiesto la condanna dell'imputata per lesioni aggravate. Una sera, infatti, la vittima aveva avuto un brutto incidente in auto ed era finita contro un muro: il sospetto è che gli ansiolitici possano aver influenzato la sua lucidità alla guida.

I legali della donna, Alberto Pantosti di Torino e Pietro Merlino di Bra, hanno annunciato l'intenzione di ricorrere in appello contro la sentenza di primo grado, dove - assicurano gli avvocati - le prove portate dall'accusa saranno smontate una ad una.

A partire da quella che viene considerata la prova regina, ossia l'analisi del cappuccino avvelenato. «Nella bevanda analizzata - spiegano i difensori - è stato trovato il corrispettivo di 180 gocce o nove pastiglie di Tavor. Una dose massiccia che avrebbe dovuto far addormentare immediatamente la vittima. Ma non è stato così. Inoltre per sciogliere quella quantità di farmaco in una bevanda ci vuole un tempo maggiore di quello impiegato lungo il tragitto che dal bar porta all'ufficio».

La linea difensiva smonta anche quello che, secondo l'accusa è il movente dell'avvelenamento: i titolari dell'assicurazione dove lavoravano vittima e condannata, hanno spiegato in tribunale che all'epoca dei fatti non c'era nessun ridimensionamento del personale in vista, anzi l'intenzione era quella di assumere.

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.