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Arriva la tempesta perfetta: rischio petrolio a 150 dollari. Negli Usa la benzina già +23%

Ma per gli analisti la mossa di Washington è un modo per riaprire lo Stretto di Hormuz

Arriva la tempesta perfetta: rischio petrolio a 150 dollari. Negli Usa la benzina già +23%
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Una piccola isola situata a 15 miglia dalla costa iraniana che, dagli anni '60, è diventata il grande terminal di esportazione di petrolio di Teheran. Nata sotto la guida del gigante petrolifero americano Amoco e sequestrata dallo stato iraniano dopo la rivoluzione islamica del 1979, l'isola di Kharg, da cui transita tra il 90% e il 95% delle esportazioni di greggio iraniano, ovvero circa 1,7 milioni di barili al giorno. Ma ieri l'equilibrio si è rotto. Sabato mattina, con un post sul suo social truth, Donald Trump ha annunciato che "il Comando Centrale degli Stati Uniti ha eseguito uno dei bombardamenti più potenti nella storia del Medio Oriente e ha completamente cancellato ogni bersaglio militare nel gioiello della corona dell'Iran, l'isola di Kharg". Nel suo post continua dicendo che "per motivi di decenza, ho scelto di non spazzare via l'infrastruttura petrolifera sull'isola. Tuttavia, se l'Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il passaggio libero e sicuro delle navi attraverso lo stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione".

Una scommessa statunitense, da una parte un rischio per l'economia, che lunedì all'apertura dei mercati, potrebbe trovarsi di fronte a un prezzo del petrolio verso nuovi picchi (venerdì sera il Brent quotava a 103,1 dollari a barile, mentre il Wti a 98,7 dollari a barile), dall'altra una mossa politica strategica. "L'isola di Kharg è la leva negoziale degli Stati Uniti", spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. "Colpire o occupare quel terminal significa mettere Teheran davanti a una scelta: riaprire lo Stretto di Hormuz oppure rinunciare alle proprie esportazioni di petrolio". Insomma, lo scopo non dovrebbe essere nè distruggere, nè confiscare il petrolio iraniano, ma l'ennesima dimostrazione della potenza militare statunitense, utilizzando Kharg come strumento di pressione strategica.

Tornando al mercato, distruggere o paralizzare completamente l'impianto sull'isola significherebbe togliere dal mercato l'intero flusso di esportazioni iraniane, mentre parte della produzione regionale è già bloccata nello Stretto di Hormuz e questo, secondo gli esperti di Goldman Sachs potrebbe spingere il petrolio anche oltre i 150 dollari al barile, considerando che le Borse sono già in bilico. A sentire, però, per prima il peso di una simile situazione non sarebbe l'Europa, e neppure gli Stati Uniti - dove però il prezzo della benzina al gallone è già cresciuto, tra il discontento dei cittadini, del 23,5% - ma la Cina. Dopo che gli States nel 2012, e poi a conferma nel 2018, hanno messo sotto embargo il petrolio iraniano, la Cina è diventata il suo miglior acquirente, sfruttando prezzi bassissimi. Un'interruzione colpirebbe duramente le raffinerie indipendenti cinesi, costringendo Pechino a cercare forniture alternative in un mercato già saturo, aumentando la competizione sui prezzi per l'Europa e l'India, rendendo il petrolio russo di colpo incredibilmente attrattivo. Che sia chiaro, interrompere le esportazioni dell'Iran verso la Cina, manderebbe anche i prezzi globali del greggio ancora più in alto e questo alimenterebbe l'inflazione nelle principali nazioni industrializzate, compresi gli Stati Uniti, qualcosa che l'amministrazione Trump vorrà evitare in un anno elettorale. Già negli ultimi giorni sono stati pubblicati i dati del Pil statunitense che, nel quarto trimestre del 2025 è cresciuto solo dello 0,7%, dimezzando la crescita del trimestre precedente. Antonio Tognoli, responsabile per la sezione macro di Cfo Sim, ha sottolineato che il motivo di questo rallentamento dipende sicuramente dallo shutdown del governo, ma che la guerra in Iran potrebbe avere un impatto non indifferente sui dati del primo trimestre del 2026. Infatti, se da una parte la produzione di gas naturale mette gli Stati Uniti in una posizione ottimale, l'aumento del prezzo del petrolio porta incertezza anche lì.

"Sarà interessante vedere la posizione della Fed nella prossima riunione (ndr che si terrà il 18 marzo), anche se qualunque movimento dei tassi rimane altamente improbabile". Stesse conclusioni per la banca centrale europea, che invece si incontrerà questo giovedì.

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