Aziende chiuse e inflazione. Ora l'economia cinese vacilla

Stop a shopping e turismo e famiglie costrette a fare scorte. La ripresa delle attività produttive slitta ancora

Con il battito del cuore industriale quasi assente, la Cina paralizzata dal corona virus sfoglia il calendario e rimanda la riapertura di fabbriche e uffici. Così, mentre le autorità di governo cercano di tamponare il disastro con misure d'emergenza tipo l'iniezione di liquidità da 130 miliardi di dollari disposta ieri, la serrata da epidemia continua. Circolano voci secondo cui, in alcune province, i funzionari hanno intimato alle aziende di non riaprire i cancelli fino al primo marzo. Si tratta delle zone più colpite da morti e infettati, lì dove la manifattura assicurava al Dragone, prima della diffusione del contagio, l'80% del Pil e alla multinazionali ricchi profitti attraverso una manodopera a prezzi stracciati.

Ma non è solo un modello di business a rantolare: a finire nel tritacarne ci sono abitudini consolidate, assunte dopo che la Cina ha stracciato il Libretto rosso per abbracciare un capitalismo senza libertà. L'era dello shopping e del turismo oltre confine lascia ora il posto a una realtà più cruda. Con la gente barricata in casa e obbligata a fare scorte, l'inflazione sta diventando un'altra piaga a causa della lievitazione dei prezzi di alcuni generi di consumo. Otto anni dopo, il carovita è tornato in gennaio a mordere le tasche dei cinesi balzando al 5,5%, a conferma di un moto ascendente innescato nei mesi scorsi dalla peste suina. E' un dato da non sottovalutare. Le spirali inflazionistiche possono generare tensioni sociali, soprattutto se si vanno a saldare su una crescita economica asfittica. E uno scivolamento nella stagflazione è ciò che l'ex Impero Celeste rischia se dovessero rivelarsi sbagliate per eccesso le stime di un'espansione del Pil, alla fine del primo trimestre, pari a zero e se la febbre da prezzi continuerà a salire.

Anche ipotizzando il ritrovamento in tempi rapidi di una cura contro il virus, è tuttavia impossibile che la Cina riesca a evitare ricadute economiche. Un sondaggio di AmCham Shangai offre scenari desolanti. L'87% delle aziende interpellate ha già messo in conto un impatto negativo sui propri bilanci e il 16% prevede addirittura una picchiata del Pil quest'anno del 2%. Una caduta amplificata in caso di fuga di alcune big corporation dal suolo cinese. Foxconn, dai cui impianti escono gli IPhone, potrebbe per esempio spostare la produzione in India se dovesse continuare la paralisi che sta bloccando nel sito di Zhengzhou la fattura dei modelli 11 e 11 Pro del melafonino. Un altro aspetto inquietante è inoltre la posticipazione della ripresa delle normali attività produttive. Se WeWork, gruppo di co-working, ha disposto la serrata di 100 uffici, il colosso delle tlc Tencent ha comunicato ai dipendenti di continuare a lavorare da casa fino al 21 febbraio. Ma l'infarto collettivo dell'economia si tocca con mano soprattutto nel settore automobilistico. Ieri Volkswagen ha alzato bandiera bianca: la riapertura delle filiali cinesi è rimandata al 17 febbraio. Una resa che si somma alla decisione di Toyota e Bmw di estendere il blocco degli impianti fino ad almeno lunedì prossimo e di quella di Kia di chiudere tre stabilimenti nella Corea del Sud. Citic Securities stima comunque che le vendite di auto diminuiranno del 17-20% nel primo trimestre, per poi crescere del 15% fra aprile e giugno. Una previsione forse un po' troppo ottimistica per un mercato che lo scorso anno, senza epidemia, aveva visto crollare le vendite di oltre l'8%.