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Battisti dal carcere vuol vedere il figlio. L'ira delle vittime

L'ex terrorista chiede un permesso. L'Osservatorio: "È un affronto a noi"

L'arresto dell'ex terrorista Cesare Battisti
L'arresto dell'ex terrorista Cesare Battisti
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Anche i terroristi hanno un cuore. O, almeno così lascia intendere Cesare Battisti che ieri, proprio nel giorno dedicato alle vittime del terrorismo, ha chiesto di poter avere dei permessi per incontrare il figlio minore.

"Mi trovo a scontare la condanna all'ergastolo in un carcere di media sicurezza, ossia da detenuto comune poiché non mi è applicabile l'articolo 41bis, il famigerato ostativo, né altre misure restrittive determinate dall'autorità giudiziaria", scrive Battisti in una lettera pubblicata dal quotidiano La Nazione in cui ricorda di aver già scontato 17 anni e qualche mese, "ovvero, - spiega - da sette anni già sono dentro i termini per il legale accesso ai benefici penali previsti dall'ordinamento penitenziario". Battisti si aspettava di avere "l'occasione per sbloccare gradualmente i benefici previsti", ma il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) ha dato parere negativo. L'ex membro dei Proletari armati per il comunismo (Pac), detenuto nel carcere di Massa Carrara dal 2023, vorrebbe ottenere "un primo permesso di necessità" per trascorre del tempo insieme al figlio che "presenta problemi psicologici certificati". La richiesta sembra da libro Cuore: "Qualche ora appena, quel tanto scrive Battisti - da restituire a un ragazzo di dodici anni la speranza che non sarebbe stato impossibile, nemmeno per lui, potersi dire un giorno ho un padre anch'io e oggi me lo porto a scuola come fanno tutti.

Durissimo il commento dell'Osservatorio nazionale Anni di Piombo per la Verità Storica: "Il 9 maggio, Giornata nazionale dedicata alle vittime del terrorismo, - si legge nel comunicato - non è un'occasione per il teatro delle lettere carcerarie o per la petizione di pietà di chi ha scelto di versare sangue innocente. Cesare Battisti, pluriomicida condannato in via definitiva, non può trasformare il suo carcere in un pulpito da cui infangare la memoria di chi ha pagato con la vita gli anni di piombo". Secondo l'Osservatorio, "il tentativo di ridurre la propria responsabilità a errore giovanile, nuvola che è passata o vita arrivata è un affronto diretto alle vittime e alle loro famiglie, una negazione della storia e della giustizia". E ancora: "Non è una questione di parte, ma di coscienza civile collettiva. Non è nostalgia, ma prevenzione: se non si chiama terrorismo il terrorismo, e si giustifica il fuoco con il fuoco, si prepareranno nuovi altri anni di piombo".

La richiesta, dunque, è quella "di non cadere nella trappola di far emergere il lato umano dei pluriomicidi, mentre si marginalizza la voce delle vittime" perché "la memoria delle vittime non è un optional, è il fondamento della nostra democrazia", sentenzia l'Osservatorio presieduto da Potito Perruggini Ciotta.

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