Beffa su Eternit La Cassazione demolisce Guariniello: «Imputazione sbagliata» Ma lui insiste: nuovo fascicolo

Torino Il processo Eternit, quello sulle migliaia di morti d'amianto, era prescritto ancor prima che l'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny venisse rinviato a giudizio. Non solo. Ai vertici della multinazionale dell'amianto sarebbe stato contestato il reato sbagliato: si sarebbe dovuto procedere per omicidio e lesioni piuttosto che per disastro doloso. A dirlo è la corte di Cassazione nelle 148 pagine che compongono le motivazioni della sentenza con cui lo scorso 19 novembre sono state annullate condanne e risarcimenti, per prescrizione, del maxi processo Eternit celebrato a Torino.

Per la Cassazione, «la consumazione del reato di disastro non può considerarsi protratta oltre il momento in cui ebbero fine le immissioni delle polveri» d'amianto prodotte dagli stabilimenti gestiti da Schmidheiny e cioè «non oltre il mese di giugno dell'anno 1986, in cui venne dichiarato il fallimento delle società del gruppo». Parole che suonano come una bacchettata per il procuratore Raffaele Guariniello, che in questi anni ha portato avanti la strategia del disastro doloso. Ma nel giorno in cui gli ermellini paiono voler mettere un freno alle avanguardie giuridiche della Procura torinese, il magistrato rilancia e deposita una nuova richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del magnate svizzero. E questa volta il pm punta a scardinare ogni rischio di prescrizione: a Schmidheiny è contestato il reato più grave di omicidio doloso continuato e pluriaggravato per avere, dice il capo d'imputazione, «cagionato con coscienza e volontà e con più azioni criminose la morte di più persone, lavoratori, operanti, familiari, cittadini» che sono venuti a contatto con polvere di amianto a Casale Monferrato e Cavagnolo. Il nuovo procedimento riguarda 258 persone morte tra il 1989 e oggi e che sono venute a contatto con la fibra killer tra il 1976 e il 1986. Resta l'amaro in bocca per le migliaia di altre vittime senza giustizia. «La sentenza rattrista e dimostra le falle della giustizia italiana», sottolinea Nicola Pondrano, presidente del Fondo vittime amianto e tra i fondatori dell'Afeva, l'Associazione vittime dell'amianto. Ma sul capo di imputazione, Pondrano sta dalla parte di Guariniello: «Con l'accusa di omicidio colposo il processo sarebbe ancora in corso e non ci sarebbe stata la fotografia esatta della situazione. E si sarebbe evitato di affermare che disastri di questo genere non devono più verificarsi».

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