Lo stanno pensando tutti e perciò tanto vale scriverlo, che la bomba era vera ma che l'attentato era falso, che non doveva far male, che doveva solo essere scenografico quanto fosse bastato: e infatti è bastato. Ma non è soltanto una boutade da buttar lì durante un talkshow: ad autorizzare la congettura è anzitutto il percorso che investigatori e giudici hanno compiuto sino a oggi. Il gip di Roma, per cominciare, il 30 giugno ha escluso l'accusa di strage contestata dall'antimafia (Dda) ma non perché l'episodio fosse lieve, anzi, l'ha definito di "eccezionale gravità intimidatoria", ma ha comunque scritto soltanto "intimidatoria"; poi ha aggiunto che "le modalità di collocazione dell'ordigno non consentono di acclarare la finalità di uccidere non emerge la prova della volontà", che è il requisito necessario per una strage. Questo spiega perché il potenziale stragista Valter Lavitola è a piede libero e non è neppure ai domiciliari. La Scientifica dei Carabinieri (Ris) ha ipotizzato un ordigno al massimo di 200-400 grammi con gelatina da cava, un esplosivo serio (perché doveva sembrarlo) ma in una quantità "relativamente contenuta", come ha notato anche il giudice: peraltro non l'hanno piazzato sotto il pianale delle auto, e neanche vicino alla parte posteriore dove stavano i serbatoi, l'hanno messo davanti alla ruota anteriore. La casa non è a ridosso del muro della deflagrazione, la strada era deserta, e gli attentatori erano appostati per controllare che non passasse nessuno. Ergo: posizione dell'ordigno, auto vuote, strada deserta e controllo della scena, tutto porta a pensare che si volesse spaventare, non uccidere; l'ordigno era a miccia, non a telecomando: un innesco da scena controllata, non da agguato chirurgico. Ad avvalorare il tutto ci sono poi le parole degli indagati intercettati: si parla di "servizio" o di "piacere" commissionato da terzi, uno dice testualmente che c'è da "farlo spaventare". Infatti i quattro arresti non sono per strage, sono per detenzione, minaccia, danneggiamento, porto e uso di ordigno esplosivo con in più l'aggravante del metodo mafioso. La strage è contestata solo a Lavitola nel decreto di perquisizione, e il gip non ci ha messo becco perché non ha dovuto validare (o no) misure cautelari che non sono neanche state chieste: quindi gli investigatori hanno "solo" perquisito e hanno sequestrato telefoni e pc e materiale vario. Secondo l'accusa il mandante è lui, Lavitola, o qualcuno a lui vicino: le altre piste (camorra-cantiere-armi, servizi di Report) sono state tralasciate dai giudici stessi dopo qualche verifica. La pista in sostanza è una sola, e ha portato a Lavitola dopo una soffiata: lui amico, anzi "amicone" nonché fonte e frequentatore di Ranucci. Il quale Ranucci ha detto di giudicare impossibile che Lavitola volesse far male a lui e alla sua famiglia, e potrebbe anche avere ragione: fargli male non era il programma.
Il programma era Report (Raitre) e una sua definitiva blindatura professionale o nel caso di Ranucci reputazionale, martirologica, vittimistica, addirittura politica stando alle insistenze di Lavitola che aveva addirittura convinto Ranucci a vidimare un sondaggio per
sondarne la popolarità. Due le ipotesi, in sintesi: un amico vuole lanciarti nell'agone politico, e allora ti fa esplodere una bomba sotto casa senza che tu ne sappia nulla; la seconda ipotesi è che tu ne sappia qualcosa.