Le liberazioni di "un numero importante" di prigionieri politici, annunciate dal presidente del Parlamento, lo psichiatra Jorge Rodríguez, fratello della presidente ad interim Delcy Rodríguez, non derivano da un cambio di linea del regime, ma dalle pressioni esplicite degli Stati Uniti all'indomani della cattura di Nicolás Maduro. Presentate come un gesto di "ricerca della pace", le scarcerazioni risultano in realtà selettive, parziali e funzionali alla trattativa in corso con Washington: l'opposizione ha chiesto la liberazione di tutti gli oltre mille prigionieri politici e tra i liberati figura anche il genero di Edmundo González Urrutia, il presidente eletto e riconosciuto dagli Stati Uniti e Perkins Rocha, avvocato della Piattaforma Unitaria Democratica e stretto collaboratore di Maria Corina Machado.
A Quota Mille, nel cuore di Caracas, la realtà quotidiana smentisce la narrativa ufficiale. Dopo il 3 gennaio la repressione non si è soltanto mantenuta, ma si è fatta più brutale. A guidarla non sono i fratelli Rodríguez, bensì il ministro dell'Interno Diosdado Cabello, vero regista dell'apparato repressivo chavista. Collettivi armati, unità paramilitari e reparti della contro-intelligence presidiano incroci, stazioni e condomìni. Fermano i passanti e controllano i cellulari: WhatsApp, Telegram, Signal. Un messaggio di gioia anche un semplice emoji per l'arresto di Maduro equivale a una detenzione arbitraria per "rieducazione". Nessun mandato, nessuna tutela. Si viene portati via.
Al vertice di questa macchina del terrore c'è Cabello, che ha diffuso un bilancio di almeno 100 morti attribuiti al blitz statunitense, cifra rilanciata dalla propaganda senza distinguere tra civili, militari o forze alleate, comprese quelle cubane. Un numero gonfiato, utile a costruire la narrativa di una presunta "resistenza popolare" contro l'"invasione yankee". Secondo fonti certe, tra le vittime ci sono almeno 32 militari cubani uccisi a Fuerte Tiuna durante la cattura di Maduro, a cui si aggiungono 24 militari venezuelani, come ammesso da Caracas.
In questo contesto emerge la figura di Granko Arteaga, colonnello a capo della Direzione delle Azioni Speciali della controintelligence militare, che dopo la cattura di Maduro ha chiuso i suoi profili social, cancellando ogni contenuto. La Missione Onu di determinazione dei fatti lo indica come responsabile diretto di torture, detenzioni cruente, sparizioni forzate e centinaia di esecuzioni extragiudiziali.
Nei quartieri di Altamira e Los Palos Grandes il silenzio è tornato a essere la regola. Nei bar le conversazioni si interrompono, nei palazzi i portieri consigliano di cancellare chat e foto. "Rieducazione" significa interrogatori duri. Intanto riaffiora un'altra costante dei regimi criminali: il saccheggio.
La ricchezza accumulata da Maduro ammonterebbe ad almeno 3,8 miliardi di dollari, frutto di oltre vent'anni di traffici illeciti e prestanome. Parte è già stata sequestrata; il resto resta occulto. A Caracas le liberazioni imposte dagli Stati Uniti convivono con la repressione che continua: basta un messaggio sbagliato per sparire.