Portano a Milano, Torino e Trieste le piste sui "cecchini del weekend" che dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 avrebbero sparato sui civili inermi a Sarajevo dalle colline di Grbavica, tagliata in due dal fiume Miljacka. Sono passati esattamente trent'anni dalla fine dell'assedio nella capitale dell'ex Jugoslavia - durato più di quello nazista a Stalingrado e costato la vita a 11.541 civili (tra cui 1.601 bambini) - è difficile dare un nome e un volto a tutti. Chi come il pm milanese Alessandro Gobbis sta lavorando assieme ai Ros alla ricostruzione degli identikit degli almeno 200 italiani provenienti da Triveneto, Lombardia e Piemonte starebbe seguendo diverse ipotesi, ache quelle contenute nell'esposto presentato nei mesi scorsi dallo scrittore Ezio Gavazzeni di cui ha parlato il Giornale lo scorso 18 luglio.
Come sappiamo, sarà interrogato lunedì il primo italiano identificato: sarebbe un palestrato ottantenne della provincia di Pordenone, ex autotrasportatore col pallino della caccia (come dimostrano le armi regolarmente detenute che gli sono state sequestrate) che al tempo faceva affari nei Balcani e che recentemente si sarebbe vantato in pubblico di essere uno dei cecchini, come avrebbe riferito una donna a una tv friulana. Ci sarebbe un altro imprenditore, il proprietario di una clinica privata di Milano che si occupava di estetica a cui sarebbe ancora teoricamente possibile risalire. Non sappiamo se è ancora vivo, dovrebbe avere circa 80-85 anni. Potrebbe anche esistere un documento del Sismi datato estate 1994 che conterrebbe molti dettagli sugli italiani coinvolti nel safari sui civili.
C'è un'indagine parallela in Bosnia che sta cercando di ricostruire la rete che accompagnava sulle colline di Sarajevo gli italiani partiti da Trieste in aereo o su autovetture mascherate da "missione umanitaria" che in 72 ore attraversavano semi indisturbati i check point in Croazia e in Bosnia fino a Pale, a pochi chilometri dal quartier generale dell'esercito serbo, attraverso la testimonianza di un militare ex Ifor che aveva deposto al processo all'Aja contro Milosevic. È la stessa fonte vicina all'intelligence bosniaca, Edin Subasic, a sostenere che a fine 1993 i servizi militari italiani sarebbero stati a conoscenza della presenza di almeno cinque italiani accompagnati dalle forze militari serbe per sparare ai civili, con un tariffario che arrivava a chiedere anche 100 milioni per ogni bambino ucciso. Sarebbe lui ad aver accompagnato alcuni italiani usando come copertura l'ex compagnia aerea serba di charter e turismo Aviogenex agli ordini del criminale di guerra Jovica Staniic, già condannato dal Tribunale penale internazionale. Il 30 marzo del 1995 il Corriere della Sera scriveva: "Vacanze in Bosnia per fare la guerra. Da Trento l'agghiacciante denuncia del segretario generale del Tribunale permanente dei popoli, Gianni Tognoni: "Ci sono turisti italiani che vanno nella ex Jugoslavia per assistere ai combattimenti. E c'è chi si diverte uccidendo".
A coprire questo macabro divertimento ci sarebbero stati, secondo i servizi segreti bosniaci, l'intelligence civile e militare serba (oggi Bia
e Kos). Dalla collaborazione tra questi 007 potrebbero venire altri spunti investigativi, anche se in Bosnia l'assedio di Sarajevo è una ferita ancora aperta che potrebbe compromettere i rapporti già fragili con Belgrado.