La foto della cena scattata a maggio 2023 da Aldo Torchiaro nel ristorante Cefalù ha svelato la strana amicizia tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola. Ma a quel tavolo l’inedita coppia non era sola. Tra i commensali figurava anche monsignor Gianni Fusco presentato dalle cronache come «alto prelato» e «consigliere fidato del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin». Cosa c'è di vero? Al di là del titolo di monsignore, Fusco non è un «alto prelato» ed appartiene piuttosto a quella categoria di sacerdoti che hanno sfiorato la Curia senza mai «scalarla». Ordinato a Melfi ma residente a Roma con una parentesi da vicario parrocchiale a Pomezia (stessa città di Ranucci), per lui le porte della Segreteria di Stato si sono aperte con l'incarico di assistente per l'Italia della Fondazione Centesimus Annus che però ha concluso nel 2017. Più fonti vaticane confermano che il monsignore non faccia mistero nei palazzi romani di poter vantare una forte amicizia con Parolin. Non a caso Fusco ha anche ammesso pubblicamente di aver «tifato» per lui al conclave. Una simpatia che, due anni dopo la famosa cena con Lavitola, sembra aver accomunato il monsignore col suo ex commensale Ranucci. Nei giorni del conclave, infatti, «Report» aveva confezionato uno dei suoi servizi incentrato su un fantomatico complotto dei conservatori americani contro l'elezione del cardinale di Schiavon. Nell'inchiesta «Make Vaticano Great Again», gli autori avevano insistito sulla «crociata anti-Parolin» e su un presunto dossieraggio contro di lui per condizionare gli elettori. Nei suoi interventi, Ranucci aveva presentato più volte Parolin come vittima di «articoli velenosi» in quanto «stretto collaboratore» di Francesco. Secondo «Report» c’era una preoccupazione americana per «l'elezione di un Papa progressista e in particolare di Parolin». Una tesi fragile ad occhi attenti: il prelato veneto non era certo il candidato progressista e meno che mai quello in continuità con Francesco. Il suo sponsor, il cardinale Beniamino Stella, si era anzi distinto nel pre-conclave per aver invocato discontinuità. Peraltro tra gli articoli più critici su Parolin ci furono quelli della vaticanista vicinissima a Bergoglio, Elisabetta Piqué che in un recente libro ha rivendicato di aver contribuito a «smontare» la sua candidatura. Insomma, la posizione pro-paroliniana di «Report» è stata un'anomalia nel panorama progressista. Non sappiamo, però, se in questo abbia influito in qualche modo la conoscenza tra Ranucci e monsignor Fusco. Quel che è certo è che il ritorno d'interesse per la cena e l'accostamento del nome del prete al segretario di Stato sui media rischia di provocare qualche imbarazzo in Terza Loggia. Una beffa per Parolin che, dopo l'attentato di ottobre, era stato tra i nomi più autorevoli a diramare un messaggio di solidarietà a Ranucci denunciando il «clima di intolleranza».

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