Charlie, processo chiuso. Ma per sei accusati su 14 "non è stato terrorismo"

Colpevoli solo di associazione a delinquere. Trent'anni a un complice e alla vedova

Alla sbarra non c'erano i protagonisti materiali degli attacchi del 2015. Ma menti ispiratrici, fiancheggiatori, amici e sodali: tredici uomini e una donna. Una missione quasi impossibile provarne responsabilità effettive e condannare tutti «i 14» del processo Charlie. Le pene chieste dai pm sono state in parte riviste al ribasso: ergastolo per chi non può scontarlo (imputati processati in contumacia, dati per morti in Siria o comunque spariti) e 30 anni di galera per il principale accusato «in presenza» (per cui era stato evocato il carcere a vita).

Così la Francia prova a uscire da un incubo cominciato quasi sei anni fa, ma non grida «giustizia è fatta». Per l'avvocato di Charlie Hebdo, Richard Malka, il processo è stato anzitutto «un enorme acceleratore della Storia». Ha «risvegliato una società preoccupata, ha allertato le coscienze». Ora, dice, «si può condannare senza complessi un totalitarismo politico chiamato islamismo». E, pure, vedere dietro le sbarre altri volti dietro le quinte del terrore di quei giorni, in cui non si escludeva la pista dei lupi solitari.

Son serviti tre mesi di udienze in un'aula-bunker per condannare la cerchia dei killer. Le pene non tornano a tutti, ma la difesa di Charlie celebra comunque il «diritto a ironizzare su Dio». E non esclude un ricorso. Tra il 7 e il 9 gennaio 2015, la Francia conobbe infatti l'orrore per dei disegni. Due uomini armati penetrarono nei locali del settimanale satirico: 34 colpi di kalashnikov in nome di Allah. Non fu una semplice sparatoria, ma il primo grande attacco di matrice islamica che sconvolgerà il Paese per anni. Seguirono altre due azioni: 17 morti in tre giorni, dai vignettisti agli agenti, a una poliziotta a Montrouge fino agli ostaggi nell'Hyper Cacher.

Il processo celebrato a Parigi ha mostrato difficoltà nel chiarire il ruolo logistico e ideologico dei presunti complici dei 3 autori della strage (uccisi). E al termine di un percorso interrotto dal Covid, rallentato dalle minacce degli islamisti alle famiglie delle vittime, e in un clima di consapevolezza che il verdetto sarebbe comunque entrato nella Storia, ieri il tribunale speciale ha escluso l'accusa di terrorismo per 6 degli 11 imputati presenti. Per loro, semplice associazione a delinquere.

C'è però un punto luce sugli attacchi: avvenuti in «co-azione», dice la Corte. Più mani al servizio di una stessa ideologia. Arrivate dunque anche le condanne. Da 4 anni di carcere all'ergastolo (in contumacia) per chi ha aiutato i fratelli Saïd e Chérif Kouachi e Amedy Coulibaly. Assenti in aula la moglie di Coulibaly e altri due imputati spariti nell'area iracheno-siriana come Mohamed Belhoucine (ergastolo). Lui ha fornito «aiuto decisivo» a Coulibaly. Ma per Belhoucine, dato per morto nelle file dell'Isis, la condanna resterà negli archivi, come per la vedova passata dal bikini al burqa in pochi anni e considerata l'ispiratrice dell'azione: sarebbe stata lei, infatti, Hayat Boumeddiene, a indottrinare Coulibaly fino a convincerlo ad agire. Condannata a 30 anni per associazione terroristica e finanziamento.

Interamente video-ripreso, il processo Charlie è stato il tentativo di far chiarezza. Di dare risposte soprattutto alle vittime. Quattro le condanne «in presenza» per terrorismo. Colpevole il franco-turco Ali Riza Polat: era l'imputato N.1, sconterà 30 anni per complicità in omicidio di ispirazione terrorista. Ha fornito «assistenza logistica decisiva a Coulibaly» e «aveva una conoscenza sufficiente delle intenzioni». Annuncia ricorso. Pastor Alwatik «condivideva» invece l'ideologia radicale di Coulibaly, di cui è stato anche testimone di nozze, avevano una «stretta amicizia»: condannato a 18 anni (il pm ne chiedeva 20 perché conosceva i piani, anche se «forse» non i dettagli). Willy Prévost «ha fornito supporto logistico». Non ha agito «sotto la pressione» del terrorista, come sosteneva la difesa, ma rispetto ai 18 anni chiesti, il giudice lo ha condannato a 13: «Conosceva la natura dei progetti». Pure Amar Ramdani era «pienamente consapevole» del piano mortifero di Coulibaly: 20 anni per associazione terroristica, ha contribuito a finanziare l'azione. La Corte sottolinea pure «il rapporto intessuto» dai due nel carcere di Villepinte.

C'è poi l'uomo che ha stoccato le armi in garage prima che fossero usate. Christophe Raumel, unico imputato a comparire da uomo libero, sconterà ora 4 anni per aver partecipato all'acquisto di 2 coltelli, un taser e un veicolo. «Ha conservato tutto o parte di questo materiale a casa», spiega il magistrato. Raumel «immagazzinava», Coulibaly agiva. Difesa e accusa possono far ricorso entro dieci giorni. Potrebbe esserci un appello nei prossimi sei mesi. Condanne a parte, «siamo stati in grado di rilevare che alcuni di loro erano autentici islamisti, nonostante i loro sforzi di spacciarsi per modesti delinquenti», dice il direttore di Charlie Riss.

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