"Ci chiedono soldi come Equitalia". L'ira dei 5 Stelle diventa una bomba sul voto per il Colle

Circa 40 i parlamentari pronti a non seguire le indicazioni di Conte. Non hanno nulla da perdere, se si vota molti non saranno più eletti.

L'ex premier Giuseppe Conte
L'ex premier Giuseppe Conte

C'era una volta il partito fondato sulla pubblica rendicontazione, sulle restituzioni e sul rigore di un patto di diversità a cui pure periodicamente qualcuno si ribellava, decidendo di uscire dal gruppo e dal meccanismo, mantenendo così l'intera, sostanziosa posta. Ma quella era l'eccezione, non la regola. Era il tempo dell'Anticasta, del Palazzo da aprire come una scatoletta di tonno, del «mai accordi con il partito di Bibbiano» e dei tanti slogan rivoluzionari recitati a favore di un elettorato sedotto dalla Grande Protesta.

L'escalation della dissociazione dalla sacra regola è andata però aumentando nel tempo, diventando essa stessa la regola, con le restituzioni sempre più incagliate e un sistema programmato per far esplodere il palazzo che ha finito per modellarsi sul palazzo stesso. Le tensioni interne ai Cinquestelle hanno finito per logorare le varie leadership, hanno eroso il consenso popolare così come, insieme alla mala gestio amministrativa, hanno portato a cadute piuttosto fragorose in città come Roma e Torino. Il corpo parlamentare di M5s resta però decisamente robusto. Se a inizio legislatura i Cinquestelle potevano contare su 226 deputati e 112 senatori, oggi Giuseppe Conte dispone di 159 deputati e 74 senatori. Una diaspora importantissima. Ma al netto degli addii in tripla cifra i grillini possono ancora contare soltanto tra gli eletti in Parlamento su 233 Grandi Elettori.

Una truppa nutrita dentro la quale non mancano comunque i cattivi pagatori, ma soprattutto non mancano i malumori. Proprio in questi giorni il tesoriere Claudio Cominardi ha inviato a tutti gli appartenenti ai gruppi una mail. All'interno del messaggio un estratto della posizione personale, un invito a mettersi in regola e una sorta di bollettino con cui procedere al saldo della restituzione da effettuare. Una mossa che alcuni non hanno giudicato molto lungimirante, considerata l'imminenza del voto per il Quirinale. «Ci chiedono soldi come Equitalia», commentano fonti parlamentari. Il risultato è che, come ha raccontato anche il Foglio, dentro i Cinquestelle i malumori sono aumentati esponenzialmente e ci si trova di fronte a una bomba pronta a scoppiare, alla classica palla di neve che rischia di trasformarsi in una valanga con quaranta eletti pronti a votare in maniera dissonante dall'indicazione che arriverà dallo stato maggiore del partito. Indicazione che ancora non c'è, visto che la matassa quirinalizia è ancor avviluppata per tutte le forze politiche, ma questo è un altro discorso.

«Giuseppe Conte ha un problema in più in vista del Colle: sono i franchi tirchioni» scrive Simone Canettieri. «Cecchini ribelli e morosi. Grillini che nel segreto dell'urna gli faranno pagare quest'ultimo affronto: la richiesta delle quote non versate al partito. Pena la gogna pubblica. Nel M5s in tanti non aspettavano altro. Quale miglior scusa per sentirsi liberi? D'altronde almeno i due terzi dei deputati e senatori non sarà eletto al prossimo giro. Sicché sono almeno quaranta i parlamentari che promettono l'ammutinamento nel segreto dell'urna. Pronti a votare tutti e di tutto, ma non il nome che il leader della principale forza del Parlamento proporrà. È il dispetto supremo. Lo sgarro dei peones la cui vita smeralda sta per finire».

La ribellione dei Cinquestelle potrà modularsi in maniera diversa a seconda delle opzioni in campo. Per loro la soluzione migliore sarebbe quella che cristallizzerebbe la situazione attuale. Nel campo pentastellato si guarda con interesse al tentativo che Enrico Letta sta portando avanti con la sponda di Luigi Di Maio affinché vengano create le condizioni per un bis di Sergio Mattarella. Ipotesi tutt'altro che facile visto che il diretto interessato non ne vuole sapere di un remake della sua esperienza quirinalizia. La soluzione giudicata più nefasta è quella che porterebbe all'elezione di Mario Draghi. Uno scenario che rischierebbe di far scivolare il Paese verso elezioni che, alla luce dei sondaggi e del taglio dei parlamentari paradossalmente firmato M5s, si trasformerebbero nel perfetto suicidio politico per i gruppi parlamentari grillini. E che potrebbe spingere molti eletti a orientarsi anche verso la soluzione sulla carta più lontana, unendo le forze con il centrodestra sul nome di Silvio Berlusconi.

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