Conte ha la data di scadenza. "A ottobre cambierà tutto"

Già si parla di un nuovo governo dopo le Regionali. Il dalemiano Latorre: "Anche Guerini la pensa così"

A Palazzo Chigi si favoleggia dell'ultimo sondaggio commissionato ad una società svizzera, che assegnerebbe ad un eventuale partito di Giuseppe Conte il 24%. Un dato che fa brillare gli occhi alla tessera numero 2 del futuribile soggetto politico, Gianfranco Rotondi, ex-dc, per anni alla corte del Cav, che già sogna: «Si potrebbe fare un partito di centro plurale». La tessera numero 1, cioè il personaggio che dovrebbe stare al partito dei «contiani» come Carlo De Benedetti al Pd, l'altro ex-dc Bruno Tabacci, è, invece, più concreto: «Per ora accontentiamoci del fatto che nessuno parla più di crisi di governo». È quello che preme a Conte, tutto concentrato nel gioco in difesa: il premier, infatti, utilizza stati d'emergenza, sondaggi, rinvii e, qualche rara decisione, solo per allontanare l'incubo dello sfratto. Un'ipotesi che Federico D'Incà, impagabile ministro per i rapporti con il Parlamento, esorcizza come può. «C'è chi parla di crisi a settembre ma solo perché siete abituati a raccontare sempre allo stesso modo un Paese che, invece, sta cambiando: ora è Conte ad andare dalla Merkel, non Macron; ci accusavano di essere un Paese poco digitalizzato e, invece, avete visto con lo smart working; dite che siamo a -11,2% nel Pil, in realtà siamo a -9% e la produzione industriale sta salendo».

Fin qui il «mondo davanti», quello di Palazzo Chigi. Poi c'è un altro mondo, «il mondo di dietro», che scommette su un altro governo in autunno. In questi Palazzi che guardano all'economia e all'Europa gatta ci cova. Sembra di rivivere con Conte, con toni meno drammatici e meno epici, visto la differente caratura del personaggio, l'estate del 2011, quella che preparò la crisi del governo Berlusconi. Nella sua missione in Europa il premier ha combinato poco: si è beccato pure il sorrisetto della Merkel il Cav ne sa qualcosa per lo scontro in seno al governo su Autostrade. Il punto vero è che siamo attenzionati come Paese e lo saremo ancora di più quando arriveranno i soldi da Bruxelles. Anche perché non c'è ancora l'ombra di un piano su come li utilizzeremo. Addirittura qualcuno al Mef, di fronte all'inerzia generale, ha pensato di affidarsi ad una società privata come la McKinsey. Roba da non credere. E in questo mondo che da Roma guarda a Bruxelles o a Berlino, il sismografo è impazzito: le scosse che scuotono Forza Italia, partito sulla carta centrale per un cambio del quadro politico, sono un segnale. L'altra sera Renato Brunetta, economista di punta degli azzurri, aveva preparato una sua mozione per il dibattito di ieri sul vertice europeo. Un documento a forte impronta europeista, che chiedeva riforme strutturali nell'«action plan» per convincere l'Europa. A sera l'economista azzurro aveva ricevuto pure la telefonata di un Berlusconi entusiasta: «Perfetto, è quello che penso io». Mezz'ora dopo la doccia fredda: è arrivata, infatti, la telefonata indispettita di Antonio Tajani, che informava Brunetta dell'accordo di tutto il centro-destra su un documento molto più generico. Ne è seguito un confronto vivace. Alla fine c'è stato il solito compromesso di marca azzurra: Forza Italia ha votato la risoluzione del centrodestra come voleva Tajani, ma non ha votato contro la risoluzione di «più Europa» che vincolava il governo sul Mes (i deputati hanno estratto la scheda e l'unica che ha votato contro è stata una Laura Ravetto sempre più leghista).

Quello che più conta, però, è stato l'intervento di Brunetta: una sorta di arrivederci a settembre. «L'action plan da presentare alla Ue ha spiegato l'economista azzurro deve essere il programma di un nuovo governo, appoggiato da una nuova maggioranza e guidato da un nuovo premier. Possibilmente Draghi».

Sono i prolegomeni di ciò che avverrà in autunno. E quest'aria non si respira solo in Forza Italia. Certo nel «mondo davanti» del Pd il governo non è in discussione: «I grillini scommette Piero Fassino non faranno mai un accordo con Forza Italia. Hanno paura Di Battista». Ma nel «mondo di dietro», quello da dove partono i siluri, non ci sono certezze e l'atmosfera è tutt'altra. Non si tratta di suggestioni. Nicola Latorre, ex capo della segreteria di Massimo D'Alema, ex deputato del Pd e ora gran frequentatore di ministeri visto che si occupa di armamenti, ha già capito il vento. «Il governo spiega è consunto. A settembre va a casa. Anche perché le regionali non andranno bene. Pure Guerini (ministro della Difesa, ndr) la pensa così ed è più di una sensazione. «Certo poi non si sa che cosa verrà, ma sicuramente non le elezioni». Stessa impressione regna nella segreteria del capo delegazione del Pd al governo, Dario Franceschini: «Non dura» dicono da quelle parti. E la controprova è l'isteria di Marco Travaglio, che sta al governo Conte come Ugo Intini al governo Craxi: da giorni spara cannonate contro chi (da Prodi a De Benedetti) parla di altri esecutivi. Ne ha fatto le spese anche Luigi Di Maio per i suoi incontri con Draghi e Gianni Letta. Addirittura il ministro degli Esteri è stato costretto a fare ammenda sulle pagine de Il Fatto. Un'«excusatio» tattica: «perché è la spiegazione che danno i suoi se oggi parte lancia in resta si ritrova da solo».

Eh sì, perché la Storia dimostra che nei «ribaltoni» la tempistica è tutto. Se la sbagli finisci al Papeete come Salvini. E la data fatidica è settembre, l'appuntamento delle regionali, prima non avverrà niente: la sconfitta dell'attuale maggioranza di governo sarà il vero detonatore. Per ora si va avanti per inerzia e si combina poco. L'elezione dei nuovi presidenti delle commissioni parlamentari è stata rinviata e l'intesa è tutta da venire. «Se si fosse votato in questa settimana confida l'azzurro Enrico Costa rischiavano di ritrovarsi ancora il leghista Borghi a capo della Bilancio». E ancora: Conte sbraita contro i Benetton per autostrade, minaccia la revoca, invoca una soluzione punitiva, ma alla fine fa un regalo alla famiglia. «Rinuncio a capire!», si sfoga ieri in uno degli ascensori di Montecitorio il leghista Giancarlo Giorgetti: «È il Paese che ci va di mezzo, non si tratta più di una questione di schieramenti. Dopo tanto parlare su Autostrade alla fine l'affare lo faranno i Benetton». Chiude la borsa e basta farsi due conti per averne la conferma: se martedì i Benetton avevano in tasca poco più di 11 miliardi con Atlantia, ieri nelle loro tasche ne avevano 12, un guadagno di 760 milioni, grazie al rialzo del titolo in borsa.

Quello che colpisce sono le «doppie verità», la demagogia, l'ideologia, l'«incompetenza» che regna nel «mondo davanti». Limiti che il «mondo di dietro», a lungo andare, non perdona. Per cui pure Tajani, tradizionalmente prudente, immagina una settembre diverso dal presente: «Non reggono. Dopo le regionali qualcosa succede». C'è, soprattutto, la convinzione che mettere in mano a questo governo la montagna di soldi che arriverà dall'Europa, equivale a «sprecarli». Così magari, una mattina del prossimo autunno Conte ricorderà con nostalgia la sua inebriante esperienza di governo con le parole della canzone dell'Equipe '84: «Oggi 29 settembre mi sono svegliato e sto pensando a te il sole ha cancellato tutto».

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