I paesaggi sessuali tratteggiano una civiltà più di qualunque altra cosa. Si increspano sulla morale, cadono negli orridi della legge, risalgono sui monti della religione. Ma è sul corpo che una civiltà si gioca tutto: che sia carne da amare o da portare in guerra, la differenza la fa il come. Gli islamici considerano una bambina di nove anni sessualmente matura, in barba a Bulugh (la pubertà legale) e Rushd (la maturità mentale) e basterebbe questo per capire che si tratta di una cultura inconciliabile con quella dell'Occidente, cioè la nostra. Se gli inquirenti dovessero definitivamente accertare che l'ex consigliere comunale di Brescia di origini palestinesi, Iyas Ashkar, è coinvolto in un giro di pedopornografia online, ci troveremmo certo davanti a un reato mostruoso e non a un'intera cultura. Ma è innegabile che l'Islam ci ha costretti a fare i conti con il suo orizzonte dei sensi, tanto diverso dal nostro, in troppe circostanze. Lo abbiamo visto esercitarsi sulla coercizione delle figlie femmine, sulla sottomissione della donna, sulle rigide regole che vietano rapporti prematrimoniali ma non spose bambine. Una parte della sinistra che proclama inclusione e finge di rimanere cieca davanti a fratture insanabili, che brandisce i diritti civili come slogan ma li sospende quando entrano in conflitto con altre cause ritenute più "urgenti", più identitarie, più utili sul piano simbolico aggiunge strafalcioni nella toponomastica di una geografia inconciliabile. Ed esiste ormai un'ondata di assuefazione che inonda tutta l'Europa e ci ha resi inermi a qualsiasi tentativo di respingimento. Il corpo femminile, l'infanzia... Ashkar, ai tempi del suo incarico politico dal quale si è dimesso venerdì, si raccontava come un ponte. Un'isola tra due mondi. Un uomo capace di mescolare spezie e valori, tradizione mediorientale e amore per l'Italia, nostalgia e futuro. Parole curate, linguaggio giusto, lessico dell'integrazione perfetta. Il problema non è l'ipocrisia individuale, che esiste in ogni cultura. Il problema è credere che basti il racconto a cancellare il conflitto. La verità è che l'integrazione non è una poesia. È una scelta dolorosa. Implica rinunce, fratture, abiure. Implica decidere quali valori vengono prima. E qui sta il nodo che nessuno vuole affrontare: non si possono difendere i diritti civili e, allo stesso tempo, giustificare o relativizzare una cultura che quei diritti li nega alla radice.
Non si può sfilare per la Palestina libera e chiudere gli occhi davanti al tradizionalismo autoritario del mondo arabo. Non si può parlare di emancipazione e accettare il patriarcato come "diversità culturale". Perché il corpo, alla fine, presenta sempre il conto. E una civiltà si misura da come decide di pagarlo.