Il Golfo Persico non è solo una distesa d'acqua tra deserti e terminal petroliferi. È una cerniera geopolitica. E oggi quella cerniera scricchiola sotto il peso di una crisi che rischia di ridisegnare l'ordine energetico globale. Al centro dello scontro c'è lo Stretto di Hormuz, un corridoio marittimo largo appena una quarantina di chilometri nel punto più stretto, ma attraverso cui transita ogni giorno circa un quinto del petrolio mondiale. Da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato l'offensiva militare contro Iran il 28 febbraio, questa arteria energetica si è trasformata in una potenziale strozzatura strategica.
La risposta di Teheran agli attacchi occidentali non è stata infatti quella di uno scontro navale convenzionale. L'Iran ha scelto un'altra strada: trasformare lo stretto in una zona di interdizione militare. Le forze della marina iraniana hanno iniziato a posizionare mine navali lungo alcune delle rotte percorse dalle petroliere. Operazioni limitate, poche decine di dispositivi, raid mirati, ma sufficienti a creare un clima di incertezza che può paralizzare il traffico. Più che su grandi flotte, Teheran punta su una strategia asimmetrica pensata per trasformare il Golfo in una trappola per il traffico commerciale. Dal 1° marzo a oggi nello Stretto si sono registrati 23 attacchi, di cui 16 confermati, contro le petroliere e navi portacontainer che hanno continuato a transitare nell'area. La giapponese One Majesty è stata colpita a poppa da un drone kamikaze. Poco dopo centrata anche la nave da carico Star Gwyneth, in arrivo dal porto iraniano di Bandar. L'impatto ha provocato una falla in stiva. Tra gli episodi più recenti l'attacco alla Mayuree Naree thailandese, colpita in prossimità della sala macchine. Le unità intervenute per assistere gli equipaggi sono state prese di mira da imbarcazioni iraniane riconducibili ai Pasdaran. Due petroliere sono state incendiate nelle acque irachene vicino al porto di Bassora. Tra queste la Zefyros, di proprietà greca e con equipaggio georgiano, colpita durante un trasferimento di carico da nave a nave. Oltre mille navi mercantili si trovano impossibilitate a transitare o in attesa di garanzie di sicurezza che tardano ad arrivare. Il regime di Teheran apre il passaggio nello stretto in modo selettivo. Le uniche navi che non incontrano ostacoli sono quelle cinesi. Pechino starebbe fornendo sostegno tecnologico e logistico per rafforzare la capacità iraniana di resistenza e di controffensiva militare.
Gli attacchi hanno colpito anche infrastrutture energetiche in diversi punti del Golfo. In Bahrein incendi sono divampati nei depositi di carburante vicino all'aeroporto internazionale, mentre in Oman alcuni serbatoi sono stati danneggiati nel porto petrolifero di Salalah. In Iraq, invece, raid nei pressi del porto di Bassora hanno costretto alla sospensione temporanea dei terminal di esportazione. In Arabia Saudita droni sul polo petrolifero di Shaybah.
La Casa Bianca tende a minimizzare, ma la pressione resta alta. Trump ha sostenuto che le forze statunitensi hanno distrutto diverse navi posamine, neutralizzando la minaccia: "Lo Stretto di Hormuz è in ottima forma". Per il viceministro degli Esteri iraniano Takht-Ravanchi "le mine non ci sono. È propaganda Usa". Un segnale politico netto arriva da Mojtaba Khamenei: "lo Stretto di Hormuz dovrebbe restare chiuso".
L'Iran è pronto ad aprire "nuovi fronti di guerra se gli attacchi occidentali continueranno". Il Regno Unito valuta contromisure: Londra sta "esaminando diverse opzioni per contribuire alla difesa della navigazione", spiega il segretario alla Difesa Healey.