Caro Direttore Feltri, ho letto la lettera di Davide Simone Cavallo, il ragazzo di 22 anni accoltellato e rapinato a Milano da una gang e rimasto paralizzato dopo una coltellata alla schiena. Le sue parole mi hanno sconvolta. Quando racconta che sente ancora la coltellata, che il suo corpo ricorda tutto anche se la sua mente no, e che ogni volta che ripensa a se stesso steso a terra piange come un bambino, mi si è stretto il cuore. Davide dice di non odiare i suoi aggressori, quelli che in questura speravano che morisse, dice di provare addirittura compassione per loro. Io le confesso sinceramente che non ci riuscirei. Non riuscirei a perdonare chi mi avesse tolto l'uso delle gambe, la libertà di muovermi, una parte enorme della mia vita. Direttore, il perdono è davvero possibile davanti a una violenza così feroce?
Carlotta Stasi
Cara Carlotta,
anch'io ho letto quelle parole e ne sono rimasto profondamente colpito. Non soltanto per il dolore fisico che emerge da quella lettera, ma per il dolore psichico, umano, esistenziale che vi è contenuto. Quando Davide racconta che sente ancora la coltellata, che il suo corpo ricorda perfettamente ciò che la mente tenta quasi di rimuovere, ci troviamo davanti a qualcosa che va oltre la cronaca nera. È il trauma allo stato puro. È un ragazzo di ventidue anni che si rivede a terra, pestato, sanguinante, annientato, e che ogni volta piange «come un bambino». Quella frase arriva addosso come una staffilata. Eppure, subito dopo, Davide confessa di non odiare chi gli ha fatto questo. Parla di compassione, perfino di perdono. Ed è qui che io, come lei, mi fermo quasi incredulo. Perché mi domando sinceramente come si possa perdonare chi ti distrugge la vita per cinquanta euro. Come si possa provare compassione verso chi ti accoltella in branco, ti lascia esanime sul marciapiede e poi, una volta fermato, si augura addirittura che tu muoia.
Bada bene: nessuno intende dire che la vita di un disabile valga meno. Sarebbe mostruoso anche solo pensarlo. La vita ha valore sempre, sulla sedia a rotelle come in piedi. Ma sarebbe altrettanto ipocrita fingere che perdere l'uso delle gambe a ventidue anni non sia una tragedia immensa. Significa perdere libertà, autonomia, spontaneità. Significa che ogni gesto quotidiano diventa più difficile. Significa cambiare radicalmente esistenza. E non cambia soltanto la vita del ragazzo: cambia quella dei genitori, della famiglia, degli affetti.
Per questo io ammiro enormemente Davide. Il suo non è buonismo. È forza. È resilienza autentica. È la capacità quasi sovrumana di non lasciarsi divorare dall'odio. Ma il suo perdono non deve diventare il nostro alibi collettivo per minimizzare ciò che sta accadendo nelle nostre città. Perché la realtà è brutale: oggi a Milano un ragazzo può uscire la sera e rischiare di finire in ospedale, paralizzato, stuprato o dentro una bara. E guai a fingere che il problema non esista per paura di risultare allarmisti. L'allarme esiste eccome, ed è reale. Qui non siamo davanti alla ragazzata che certi sociologi da salotto continuano a evocare per assolvere chiunque. Qui siamo davanti a bande di giovanissimi che accoltellano un coetaneo per pochi spiccioli con una ferocia impressionante. E la cosa più agghiacciante è proprio quella che tu ricordi: intercettati in questura, alcuni di loro speravano che Davide morisse. Come se la morte della vittima potesse cancellare le loro responsabilità. Questa non è soltanto criminalità. È una spaventosa assenza di empatia. È il segno di una devianza che, se non viene fermata subito, rischia di degenerare in forme ancora più violente. Perché chi a sedici o diciassette anni accoltella un ragazzo e spera che muoia non ha bisogno di giustificazioni sociologiche: ha bisogno di essere fermato, corretto, punito.
La pena non è vendetta. La pena è difesa della società. Ed è anche l'unico strumento che uno Stato serio possiede per tentare di impedire che un giovane criminale diventi un criminale irreversibile. Davide ha scelto il perdono.
Ed è una scelta nobile, forse persino cristiana nel senso più alto del termine. Ma lo Stato non può permettersi il lusso di perdonare al posto nostro. Perché uno Stato che rinuncia a punire il male finisce inevitabilmente per abbandonare i cittadini perbene nelle mani dei violenti.