"Così a luglio non paghiamo le pensioni". Ma l'allarme rosso non placa M5s e Pd

Alla vigilia di Ue e S&P, la maggioranza continua a rilanciare la crisi. I grillini: con il Mes cade il governo. I dem: allora si vota

"Così a luglio non paghiamo le pensioni". Ma l'allarme rosso non placa M5s e Pd

Quel che davvero lascia stupiti è la leggerezza. La facilità con cui M5s e Pd continuano a darsele di santa ragione, pure alla vigilia di una due giorni fondamentale come quella in arrivo tra oggi (con il Consiglio Ue) e domani (con il rating di S&P).

Nonostante il passaggio sia di quelli delicati, infatti, i due partiti che sostengono Giuseppe Conte riescono solo a fatica a mettere un filo di sordina alle loro tensioni, che alla prima occasione tornano - seppur sopite dalla solennità del momento - a rimbalzare sui media. Con grande soddisfazione - fa notare un diplomatico di lungo corso - di alcuni ambasciatori dei Paesi del Nord Europa, che nei loro quotidiani report possono continuare a sottolineare quanto in Italia sia debole il premier che oggi si collegherà in videoconferenza con i leader Ue per trattare su Mes, Recovery fund e bilancio pluriennale Ue.

E già, perché il fatto che ancora ieri il M5s fosse in fibrillazione sul Meccanismo europeo di stabilità al punto da evocare la scissione non è proprio un dettaglio. Nonostante il crollo verticale di voti registrato in questi due anni sotto la leadership di Luigi Di Maio (che è riuscito nella missione impossibile di perdere ben oltre la metà dei consensi del 2018), dal punto di vista parlamentare il Movimento resta infatti il partito di riferimento del Conte 2. E poco importa se oggi i sondaggi gli attribuiscono a malapena uno striminzito 14-15% contro il 32,7% portato a casa alle politiche di due anni fa. Quel che conta è che ormai da settimane i grillini sono alle prese con una guerra per bande per accaparrarsi la leadership del Movimento. Uno scontro così duro che pure il ministro degli Esteri è più volte sceso in campo a gamba tesa, fomentando la polemica sul Mes.

Il Pd non ne può più da tempo, ma da giorni cerca di silenziare i mugugni, proprio per evitare di destabilizzare l'esecutivo alla vigilia di una trattativa così importante. Però la pazienza ha un limite e quindi capita che, magari a microfoni spenti, ci sia chi sbotta esausto. Soprattutto se la discussione s'incarta proprio sul Mes senza condizionalità, visto che tutti danno ormai per acquisito il fatto che l'Italia dirà di sì e ne farà anche uso nei mesi a venire. Si tratta, insomma, di un dibattito esclusivamente ad uso e consumo della propaganda, che sta però logorando la credibilità del premier sul tavolo della trattativa in Europa. D'altra parte, sul punto, non hanno troppi dubbi neanche a Palazzo Chigi. «Senza il Mes e il sostegno dell'Ue su prestiti e investimenti, fra tre mesi lo Stato rischia di non avere i soldi per pagare le pensioni», fa presente un esponente di governo grillino. Insomma, dal Mes - con buona pace del Movimento e di Di Maio - non si scappa. Come già accaduto sulla Tav o sul rapporto deficit-Pil (che dal trionfalistico 2,4% scese poi al 2,04%), ancora una volta ci troveremo davanti all'ennesima retromarcia del Movimento. È anche per questo che ieri il Pd ha iniziato ad evocare lo scenario delle elezioni anticipate. «In questo momento di emergenza servono governi politici, non esecutivi di unità nazionale», sottolineava ieri il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli. Il sottointeso è che se salta il banco il Pd non vede altro che le urne, un modo per spaventare tutto il M5s che - grazie al crollo dei consensi di questi due anni - rischia di vedere più che dimezzato il numero dei suoi parlamentari in caso di elezioni anticipate. Che, ovviamente, al momento - vista l'emergenza e la trattativa in corso in Europa, ma anche il referendum sul taglio dei parlamentari - non sono uno scenario neanche vagamente credibile.