Cosa succede a chi cade nella loro rete

Cosa succede a chi cade nella loro rete

Egregio dottor Davigo,

ho letto con interesse ieri sul Fatto Quotidiano la sua intervista accalorata a difesa della legge che abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Lei dice che bisogna estirpare il malcostume degli avvocati di fare ricorso a prescindere in Appello e in Cassazione solo per comperare tempo e alla fine sfangarla appunto con la prescrizione (pratica peraltro messa in atto con successo anche dal suo intervistatore Marco Travaglio, ma questa è un'altra storia).

Al di là di considerazioni sul rispetto che lei ha per il diritto inviolabile di un uomo a difendersi in ogni tempo, luogo e sede, mi spiace che lei non faccia accenno anche al vizio opposto, cioè quello delle Procure di fare ricorso in maniera automatica contro qualsiasi sentenza loro sfavorevole in primo grado, intasando i tribunali e allungando il calvario degli imputati. Ma si sa, lei non è un arbitro ma un giocatore, veste la maglia dei magistrati e vede solo i falli degli avversari, mai quelli commessi dalla sua squadra.

A tal proposito volevo sottoporle, mi scuserà per questo, un caso personale per dimostrarle quanto sia difficile, per un cittadino imputato anche di quisquilie, avere giustizia in tempi accettabili, ma soprattutto avere giustizia anche di fronte a un palese errore giudiziario per scambio di persona.

Probabilmente ai suoi occhi sono colpevole per il solo fatto di essere un garantista rinviato a giudizio ma mi creda, questa volta non può essere così, prenda in considerazione per un secondo la possibilità che anche un orologio rotto (quale lei probabilmente mi considera) due volte al giorno segni l'ora esatta. Provo a dimostraglielo.

Nel dicembre del 2012 venni arrestato, primo direttore in Italia, per omesso controllo su un articolo scritto nel 2006 da un collega che criticava l'operato di un giudice. Lasciamo stare che 50 giorni dopo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano commutò la detenzione in semplice multa per evidente sproporzione della pena e che nel 2019 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia a risarcirmi 18mila euro per ingiusta detenzione; lasciamo stare quindi la comprovata incompetenza dei giudici che emisero quella sentenza pagata non da loro ma dai contribuenti. Il fatto che voglio sottoporle è un altro.

Pochi mesi dopo l'arresto, siamo quindi nel 2013, un altro giudice mi denunciò per omesso controllo su un articolo scritto sul tema da un collega nei giorni seguenti la condanna. Per questo presunto reato sono finito a processo nel 2017 presso il tribunale di Cagliari (richiesta del pm: un anno e sei mesi di carcere), dove con grande sorpresa e imbarazzo del giudice ho dimostrato in maniera inoppugnabile che quel reato non potevo averlo commesso, perché all'epoca dei fatti non ero direttore responsabile de Il Giornale.

Mi creda, dottor Davigo, non si tratta di trucco o furbizia, quando fu pubblicato l'articolo in questione, il direttore responsabile era il collega Biazzi Vergani, come risulta dagli atti del Consiglio di amministrazione della società editrice, dall'interruzione amministrativa e sostanziale del mio rapporto di lavoro (ero stato liquidato), dalla gerenza pubblicata sul Giornale, insomma dai fatti formali e concreti. Un errore bello e buono, tanto che il giudice mi assolse per non aver commesso il fatto.

Tutto bene quel che finisce bene? Questa massima quando hai a che fare con certa magistratura non vale. Il pm cagliaritano, stizzito, nonostante l'evidenza ha fatto appello e, mistero delle toghe, nell'aprile del 2019 lo ha vinto. Un giudice mi ha condannato, non più carcere ma 850 euro di multa. Insomma, direttore a metà, colpevole ma solo un po'. Entro tre mesi, per legge, quel giudice avrebbe dovuto depositare le motivazioni della bizzarra sentenza ma ancora di mesi ne sono passati nove aspetto di sapere in che modo lui sia giunto alla conclusione che un privato cittadino quale ero io all'epoca del fatto contestato sia responsabile di un presunto reato compiuto da un giornale del quale non era dipendente. Fino a che non leggo tali motivazioni non posso fare ricorso e quindi se il reato andasse in prescrizione non sarebbe per colpa di un avvocato furbo, ma di un magistrato fannullone.

E allora, dottor Davigo, le chiedo: secondo lei quanto tempo è lecito che io aspetti ancora per sapere come stanno le cose e, sempre che lei non si arrabbi, fare ricorso in Cassazione? Le chiedo: perché a sette anni dal presunto reato rispetto al quale come le ho dimostrato sono del tutto estraneo siamo ancora in ballo con giudici e avvocati non per mia furbizia ma per errori, incapacità e negligenza della sua categoria? E ancora: quanti anni pensa che passeranno prima che la Cassazione alla quale mi rivolgerò - possa mettere la parola fine a questa odissea? Ma soprattutto, lei sa quanti milioni di persone si trovano alle prese con gli stessi miei problemi per questioni ben più importanti della mia?