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Cuba nel mirino Usa: Castro incriminato. Messaggio al regime in vista della spallata

Washington accusa il leader, che oggi ha 95 anni: "Cospirazione per uccidere cittadini americani"

Cuba nel mirino Usa: Castro incriminato. Messaggio al regime in vista della spallata
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L'ex presidente cubano Raúl Castro, che compirà 95 anni il 3 giugno, è stato incriminato ieri dal Dipartimento di Giustizia statunitense per l'abbattimento nel 1996 di due aerei civili dell'organizzazione Brothers to the Rescue. L'accusa lo ritiene responsabile di "cospirazione per uccidere cittadini americani" e di altri reati legati all'attacco in cui morirono tre statunitensi e un residente permanente negli Usa. Per Washington non è solo un atto giudiziario ma un segnale politico durissimo contro il castrismo.

Un primo segnale clamoroso era già arrivato il 14 maggio scorso, quando il direttore della Cia John Ratcliffe incontrò segretamente all'Avana i vertici dell'intelligence cubana. Un vertice che ha mostrato la vera natura del potere sull'isola caraibico, non il Partito comunista ma i militari e gli apparati di sicurezza. Da una parte Ratcliffe, dall'altra il generale Ramón Romero Curbelo, il ministro dell'Interno Lázaro Alberto Álvarez Casas e Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto "il Granchio", ma soprattutto pronipote di Raúl Castro. Dettaglio rivelatore della crisi terminale del castrismo: lo Stato ufficiale è ridotto a una scenografia che funziona per gli allocchi europei ma il potere reale tratta direttamente con Washington nel tentativo di salvare se stesso. Anche perché a terrorizzare l'élite cubana non è Trump di per sé ma i milioni di cubani che, se smettessero di avere paura, potrebbero essere assai meno indulgenti di qualsiasi amministrazione Usa.

L'incriminazione di Raúl arriva mentre la Cuba comunista attraversa la peggiore crisi da quando Fidel Castro prese il potere il 1° gennaio 1959, spodestando il dittatore Fulgencio Batista. Dopo 67 anni di regime, l'isola ha oggi un aspetto postbellico: edifici che crollano, blackout lunghi giorni, acqua razionata, ospedali invasi dai topi, montagne di rifiuti ovunque e salari medi da appena 11 euro al mese nel loro equivalente al cambio nero, con un costo della vita ormai vicino a quello italiano.

In questo contesto si inserisce l'offensiva dell'amministrazione Usa. "Donald Trump offre una relazione diretta con il popolo cubano, non con GAESA", ha dichiarato ieri il segretario di Stato Marco Rubio in un video ai cubani. Figlio di esuli cubani, Rubio ha accusato il conglomerato militare GAESA (creato proprio da Raúl Castro) di avere trasformato l'economia dell'isola in una gigantesca macchina di saccheggio controllata dall'élite militare. "La vera ragione per cui non avete elettricità, carburante o cibo è che chi governa ha rubato miliardi di dollari", ha detto, annunciando 100 milioni di dollari di aiuti umanitari da distribuire attraverso la Chiesa cattolica e organizzazioni indipendenti, senza passare per il regime.

La risposta dell'Avana è stata furiosa. Imprevidente Miguel Díaz-Canel ha definito il tentativo di incriminazione "privo di fondamento giuridico" e ha accusato gli yankee di voler riportare Cuba a una "Repubblica sotto tutela", evocando il colonialismo americano. Ma dietro la retorica antimperialista si percepisce il panico di un sistema che sta collassando.

Dopo avere vissuto prima alle spalle dell'Urss e poi grazie al petrolio del chavismo, il castrismo oggi si trova senza risorse e consenso. Díaz-Canel è formalmente presidente, ma per gran parte dei cubani ridotti alla miseria resta soprattutto un "singao", un "figlio di...", che non è certo un complimento.

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