Dagli insulti all'applauso in Aula La sinistra lo incorona statista

Gli auguri del comunista Fornaro alla Camera e la successiva ovazione chiudono 26 anni di assalti

Dagli insulti all'applauso in Aula La sinistra lo incorona statista

Avrebbero cercato il suo segreto indicibile anche sotto i prati pettinati di Villa San Martino. Un'ossessione più che una contrapposizione. La caccia spasmodica al peccato originale, quello che finalmente avrebbe spiegato alla sinistra quel che la sinistra non poteva accettare. Le leggende. Le voci. Le inchieste. Grappoli di indagini, sempre sul confine incerto di una democrazia solida ma incompiuta.

La P2. Cosa nostra. Il tavolo delle stragi. Ombre e ancora ombre. Era la guerra civile a bassa intensità, ma violentissima nelle modalità. Il complottismo come chiave di lettura di un fenomeno imprevisto e la controossessione sulla magistratura, la scuola, i comunisti: il perenne golpe delle toghe rosse e l'assedio dei poteri forti. E ancora, in un estenuante braccio di ferro, le requisitorie dal ritmo accelerato e gli esposti sfornati come il pane per raccontare una controverità. Tutto finito.

Quel cinegiornale iniziato nel 1994 vira oggi verso il passato. Federico Fornaro di Leu, la sinistra sinistra, fa gli auguri al Cavaliere, poi parte l'applauso di Montecitorio. È la stessa assemblea che nel 2011 aveva decretato il «game over» come sintetizzò un gelido Matteo Renzi; ora, invece, l'ex sindaco di Firenze spera nel «ritorno in campo» dell'avversario. Come Nicola Zingaretti. Come Pierluigi Bersani.

Come gran parte dell'emiciclo che si è trovato, in tempi di estremismi e sovranismi, quasi a rimpiangere il Cavaliere, emarginato e risorto ancora una volta contro ogni previsione.

Dal primo avviso di garanzia, quello recapitato direttamente in edicola nell'autunno 94, sono passati 26 anni. Pochi giorni dopo, il 13 dicembre di quell'anno lontano il Pool Mani pulite interrogò Berlusconi a Palazzo di giustizia fra sorrisetti ironici e sospiri di sollievo. La presunta meteora sembrava sul punto di essere cancellata.

La guerriglia non si fermò. Riprese. Furibonda. Un quarto di secolo sul ciglio della delegittimazione. E anche oltre, giù per un burrone senza fondo. Ecco l'uomo sprezzante e arrogante che non si sottometteva alla giustizia e minacciava con i suoi comportamenti le istituzioni: il Caimano. Raccontato da Nanni Moretti nel 2006.

Negli ultimi tempi, solo di recente, qualcosa finalmente è cambiato. Complice la saggezza e la moderazione imposte dall'età, lo smarcarsi dalle posizioni più barricadere della destra, il tentativo di porsi come argine al populismo e come punto di equilibrio fra maggioranza e opposizione nei mesi cupi dell'emergenza lockdown.

Non è una metamorfosi, ma forse l'ultima tappa di un percorso lungo e tortuoso, oltre i pozzi avvelenati, oltre i verbali zeppi di presunti scoop sulla spregiudicatezza del leader, oltre la sterminata letteratura giudiziaria su Arcore e dintorni.

La dietrologia e le imboscate lasciano il posto a una tessitura comune. Segnali di pacificazione in un Paese slabbrato e confuso. Siamo alla riscoperta di una grammatica universale: il premier rompe un tabù e telefona al Cavaliere, Di Maio lo rincuora, spegnendo con poche parole la pira giustizialista e l'illusione di un falò senza prigionieri.

Torna in mente il discorso di Luciano Violante nel 1996, quel passaggio famoso sui «ragazzi di Salò» finalmente accostati per comprendere le ragioni delle loro scelte e non più inquadrati nel mirino come bersagli da abbattere.

È lo spartiacque. Di qua e di là. I pregiudizi non sono più un muro invalicabile. Qualcosa è scattato ed è una vittoria per tutti, anche se il rischio che tutto sia strumentalizzato con il guinzaglio corto di questa o quella scadenza, compresa l'elezione del nuovo capo dello Stato, non può essere escluso.

Finisce la stagione dei caroselli, dei girotondi, dei registi impegnati a documentare le prepotenze, la sfrontatezza, il libertinaggio del satrapo. Capitoli su capitoli di un duello interminabile, come in un celebre racconto di Conrad.

Quel battimani è la stretta di mano che attendevamo da troppo tempo. Arriva tardi. Ma non è fuori tempo massimo.

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