Davigo (quasi in pensione) ora batte cassa: ricorso al "suo" Csm per la mancata nomina

Vuole due anni di arretrati. E continua la battaglia per restare fino al 2022

Davigo (quasi in pensione) ora batte cassa:  ricorso al "suo" Csm per la mancata nomina

Un compleanno pieno di attesa. Piercamillo Davigo, ex pm del pool Mani Pulite e oggi presidente della II sezione penale della Cassazione e membro del Csm, si prepara a tagliare il traguardo del suo settantesimo anno di vita, il prossimo 20 ottobre, in modo a dir poco battagliero. Perché proprio nel momento in cui la legge lo costringerà ad andare in pensione, ecco che la toga cerca di mantenersi attiva.

Da un lato, come è noto, chiedendo al Csm di poter restare consigliere fino alla scadenza naturale del suo incarico, iniziato nel 2018 con un plebiscito e che dunque dovrebbe poter continuare fino al 2022. Un punto sul quale lunedì prossimo si esprimerà la commissione verifica titoli del Consiglio superiore della magistratura (organismo presieduto dallo stesso Davigo) per poi lasciare l'ultima parola, mercoledì, al plenum del Csm.

E dall'altro, ricorrendo contro la sua mancata nomina, nel febbraio 2018, a presidente aggiunto della Cassazione (nell'occasione venne seccamente sconfitto 18-1 nella votazione del Csm, che gli preferì Domenico Carcano). Poco importa che per poter ricoprire quell'incarico sia ormai scaduto il tempo utile, visto appunto che il collocamento a riposo ormai incombe. Davigo riteneva che nella scelta i futuri colleghi non avessero tenuto nel necessario conto i suoi titoli, migliori di quelli del concorrente, e dunque aveva presentato ricorso al Tar (che nel luglio del 2019 gli aveva dato torto, rigettandolo in quanto la scelta di Carcano era stata «legittima») e poi al Consiglio di Stato, che gli ha dato ragione e ha annullato la delibera con cui il Csm scelse il magistrato tranese al suo posto, sostenendo che in effetti Davigo aveva un titolo in più di Carcano.

Così adesso il presidente aggiunto mancato Davigo chiede al «suo» Csm, quello per il quale ora è consigliere di attribuirgli quell'incarico, o almeno quel titolo di presidente aggiunto della Suprema corte, oltre a ricalcolarne la retribuzione compresi gli arretrati degli ultimi 32 mesi - e al risarcimento del danno patito per la «perdita di chance». Il tutto con ovvie ricadute anche sull'ormai imminente trattamento pensionistico che attende il quasi ex magistrato. Il problema, oltre all'odore di conflitto d'interessi, visto appunto che la richiesta di Davigo è rivolta allo stesso organo di cui fa parte, è che a quanto pare i suoi desiderata potrebbero restare tali e non realizzarsi, a parte, probabilmente, quelli dagli scarsi riflessi pratici, come l'annotazione a curriculum di aver vinto la causa per quel posto da presidente aggiunto che, però, era stato assegnato a un altro.

Si vedrà presto se il bussare a onori - e a denari - alla familiare porta del Csm sarà servito e in che misura, anche se l'attesa resta alta soprattutto per la decisione sulla sua permanenza come consigliere dell'organo di autogoverno della magistratura. Il caso non ha precedenti, e dunque la decisione è incerta e controversa, con il giudizio disciplinare a carico di Luca Palamara in ballo. Tanto che se il ricorso per la presidenza fa storcere il naso a chi sente puzza di conflitto di interessi, anche la «proroga» non convince tutti. Tra i contrari, per esempio, la toga di Md e direttore di Questione giustizia Nello Rossi, che ha definito «sbagliata e incomprensibile» l'ipotesi di concedere a Davigo il tempo di finire il giudizio contro l'ex numero uno dell'Anm: «Chi è eletto al Csm da tutti magistrati in servizio deve essere a sua volta un magistrato in servizio».

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