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Dazi Usa ai Paesi che forniscono petrolio all'Avana. "Ci strangolano"

Risorse per soli 15 giorni. A Panama stop ai cinesi

Dazi Usa ai Paesi che forniscono petrolio all'Avana. "Ci strangolano"
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Dopo il Venezuela, la Casa Bianca ha ufficializzato un'ulteriore escalation della propria politica verso Cuba. L'altro ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo che autorizza l'imposizione di dazi punitivi contro i Paesi che forniscono petrolio all'isola comunista. Il provvedimento definisce il governo dell'Avana una "minaccia inusuale e straordinaria" per la sicurezza nazionale e la politica estera statunitense, accusando il regime di cooperare con attori ostili - dalla Russia alla Cina, dall'Iran a gruppi terroristici come Hamas e Hezbollah - e di ospitare strutture di intelligence impegnate nell'intercettazione di comunicazioni sensibili di Washington.

La risposta dell'isola è stata immediata. Il presidente de facto Miguel Díaz-Canel ha bollato l'ordine come un pretesto "mendace e vuoto" per strangolare l'economia cubana. Ma il vero nodo è la crisi energetica. Secondo dati aggiornati, Cuba dispone ancora di circa 15 giorni di riserve petrolifere dopo il blocco delle forniture venezuelane. In questo quadro già critico si inserisce la reazione della presidente messicana Claudia Sheinbaum, che ieri ha confermato la sospensione temporanea delle forniture di petrolio a Cuba, definendola una "decisione sovrana" dettata da logiche interne e non da pressioni di Washington. Una giustificazione diplomatica fragile, considerato che la priorità di Città del Messico resta il rapporto con gli Stati Uniti, tanto sul piano economico-commerciale quanto su quello migratorio.

In parallelo, un'altra vicenda emblematica mostra come l'ombrello geopolitico statunitense si estenda ormai ben oltre Venezuela e Cuba. La Corte Suprema di Panama ha infatti annullato le concessioni portuali nel Canale di Panama gestite dalla compagnia di Hong Kong CK Hutchison, dopo forti pressioni politiche e diplomatiche di Washington contro l'espansione di Pechino in uno snodo strategico del commercio globale.

La sentenza panamense è stata letta dagli osservatori come una vittoria della cosiddetta "Dottrina Trump", orientata al controllo degli snodi logistici chiave e al contenimento dell'influenza cinese nell'emisfero occidentale.

Non è un caso che Cuba e Panama vengano oggi accostate: entrambe le mosse riflettono un disegno più ampio di ridefinizione delle priorità strategiche statunitensi in America Latina, che accanto alla sicurezza comprende ormai commercio, energia e competizione globale con la Cina. Il messaggio geopolitico è chiaro: Washington non considera più il continente americano un lontano entroterra, ma un teatro centrale in cui riaffermare la propria egemonia contro i suoi avversari globali.

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