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De Raho e Morra, l'antimafia M5s fa un doppio flop

C'è un'antimafia con la a minuscola che continua a collezionare sconfitte e che vorrebbe imporre la propria agenda a Procure e Parlamento

De Raho e Morra, l'antimafia M5s fa un doppio flop
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Senti chi sparla. C'è un'antimafia con la a minuscola che continua a collezionare sconfitte e che vorrebbe imporre la propria agenda a Procure e Parlamento. Appena prima che a Reggio Calabria si aprissero le urne delle Comunali, la Corte d'appello seppelliva ciò che era rimasto dell'inchiesta Gotha, polpettone avvelenato che prefigurava l'esistenza di una cupola politico-mafiosa che sullo Stretto avrebbe gestito i rapporti tra eletti e cosche. L'aveva firmata l'allora Procuratore reggino Federico Cafiero de Raho appena prima di andare a guidare la Dna e poi a svernare a Montecitorio nelle fila M5s. Per l'ex pm, sfiorato dai pasticci dei dossieraggi orchestrati a sua insaputa dentro l'Antimafia dall'ufficiale Gdf Pasquale Striano (che a qualche indagine reggina con lui aveva pure lavorato...) è una sconfitta cocente. Dietro la solita inchiesta contro esponenti del centrodestra locale - tipo il senatore Fi Antonio Caridi, cacciato colpevolmente da Palazzo Madama e finito persino in gattabuia da innocente - c'è il fallimento di una stagione di indagini a senso unico o quasi, che poco o nulla ha prodotto in termini di successi investigativi ma che tanti danni ha fatto a una parte politica, oggi di nuovo vincitrice con il deputato azzurro Ciccio Cannizzaro votato sindaco da due reggini su tre. I voti bisogna prenderli, lo ha capito l'ex presidente grillino della commissione Antimafia Nicola Morra. La sua candidatura al Comune di Tropea è finita sugli scogli con appena 31 voti. Una fine ingloriosa per il predecessore di Chiara Colosimo (Fdi), che a differenza dell'impalpabile mandato M5s ha il merito innegabile di aver rimesso al centro le indagini sulla stagione stragista dei primi anni Novanta.

La Procura di Caltanissetta è convinta che la famigerata "pista nera" valga "zero tagliato" rispetto all'idea che le stragi siano maturate anche dentro il "covo di vipere" interno alla magistratura palermitana, dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellini erano amati in pubblico e odiati in privato da colleghi così disinvolti da aver fatto affari con la borghesia mafiosa su cui si sono dimenticati di indagare.

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