Deflazione e spread in rialzo: l'Italia rischia di andare in tilt

Consumi al palo: a ottobre prezzi nel freezer (-0,2%) E la forbice tra Btp e Bund si allarga fino a quota 183

Più che pensare alle slot machine, Matteo Renzi dovrebbe cominciare a (pre)occuparsi di quell'Italia che assomiglia sempre più a un vecchio flipper che rischia il tilt. Oltre all'ormai cronica attitudine alla crescita da zero virgola e alla disoccupazione a doppia cifra, il Paese è impantanato nella deflazione e sta assistendo alla risalita dello spread. In entrambi i casi, due fenomeni made in Italy su cui poco o nulla pesa la fresca nomina di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

La contrazione dei prezzi, confermata anche in ottobre dal calo dello 0,1% su base mensile e dello 0,2% annuo, è la diretta conseguenza di una crisi da spese private. Sarà anche vero, come insegnano i manuali, che una tendenza deflazionistica porta i consumatori a posticipare gli acquisti nella convinzione che «se aspetto costerà meno», ma questo approccio psicologico vale solo per chi ha soldi da spendere. Se il carrello dello spesa resta semi-vuoto non è perché molte famiglie fanno conto su un costo più abbordabile in futuro delle arance o della pasta, ma a causa di un ridotto potere d'acquisto. I prezzi dei beni alimentari e per la cura della casa e della persona sono infatti aumentati a ottobre dello 0,1% mensile e registrano una diminuzione dello 0,2% su base annua dopo che la variazione era stata nulla a settembre. «L'andamento al ribasso dei prezzi - osserva il Codacons - è un cattivo presagio per i mesi a venire: purtroppo si andrà verso la gelata dei consumi di Natale».

D'altra parte, Moody's mette l'Italia, con il Brasile e il Giappone, tra i Paesi che registreranno «l'espansione più debole» tra il 2017 e il 2018. Con l'aggravante di restare isolata in un contesto dominato da aspettative crescenti di risalita dell'inflazione. Victor Constancio, vicepresidente della Bce, si è detto ieri «fiducioso» che «l'inflazione continuerà a normalizzarsi», portandosi sopra all'1% già dalla prossima primavera. Questa doppia velocità rispetto al resto dell'eurozona potrebbe costarci cara se determinerà un cambiamento della rotta monetaria da parte della banca centrale. Fino a marzo 2017 il Paese è protetto dallo scudo del quantitative easing. Mario Draghi ha sempre difeso il piano di acquisto titoli da 80 miliardi al mese, giustificandolo con i pericoli di una deriva deflazionistica dell'area, ma se i prossimi mesi dovessero confermare quella normalizzazione auspicata da Constancio, anche a causa di un ulteriore indebolimento dell'euro (sceso ieri a 1,07 dollari, ai minimi da 10 mesi), crescerebbero le pressioni sull'ex governatore di Bankitalia per un ritiro delle misure di stimolo non convenzionali, anche se Peter Praet, esponente del board dell'Eurotower, ha ieri messo le mani avanti: «Non ritireremo lo stimolo monetario fino a quando produzione e inflazione non saranno in un percorso sostenibile». Con un bazooka depotenziato, l'Italia sarebbe più vulnerabile. Gli ultimi giorni, del resto, hanno già indicato che la penisola è di nuovo nel mirino. Le incertezze sull'esito del referendum costituzionale, unite alla debolezza del quadro congiunturale, hanno portato lo spread tra i Btp e il Bund a risalire fino al picco di ieri a quota 183 (chiusura a 176), qualcosa come oltre 80 punti in più da quando, nel marzo 2015, il Qe ha preso il via e a circa 30 di distanza dai 210 dell'arrivo di Renzi a Palazzo Chigi. Ma è l'allargamento superiore ai 50 punti della forbice di rendimento tra i nostri bond e quelli spagnoli la spia forse più significativa dell'inceppamento della fiducia nei confronti dell'Italia.

Anche perché, oltre al surriscaldamento dello spread, i tassi sul Btp a 10 anni sono saliti fino al 2,2%, sui massimi da un anno e mezzo. Rialzi che complicano le emissioni del Tesoro, allungano ombre sul debito pubblico e si inseriscono nell'ondata di vendite sull'obbligazionario legate alla previsione che la politica economica di Trump farà risalire l'inflazione, mettendo la Federal Reserve nella condizione obbligata di procedere con una serie di rialzi del costo del denaro che faranno risalire i rendimenti dei T-bond Usa. Per l'Italia, da qualunque parte la si guardi, una situazione complicata.

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