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Delrio inferocito, il caso ferrovie diventa politico

Il ministero dei Trasporti chiede una relazione. Il selfie di Franceschini sul convoglio bloccato

Delrio inferocito, il caso ferrovie diventa politico

Roma - L'immagine emblematica della giornata disastrosa dei trasporti ferroviari in Italia è il selfie del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, che su Twitter ironizza: «Alle 11 sono arrivato alle stazione Termini per prendere il treno per Ferrara. Sono le 16.40 e siamo fermi a Firenze, ma sono fiducioso che prima o poi ripartirà». Idem per l'esponente di LeU, Nicola Fratoianni. «Fra poco con 4 ore ritardo arriverò, come migliaia di viaggiatori e pendolari, a Roma Termini. Una nevicata ampiamente prevista e annunciata ha messo in ginocchio il nodo ferroviario più importante d'Italia. Governo prenda provvedimenti verso vertici Rfi e Trenitalia», ha scritto anche lui sul social network.

Quando al politico tocca sperimentare il disservizio spesso patito dal cittadino comune, scatta un vieppiù di indignazione. Ecco perché il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha fatto molto più che alzare un sopracciglio facendo trapelare il proprio malcontento per la gestione dell'emergenza. In particolare, il titolare del dicastero di Porta Pia ha chiesto a Rfi, la società del gruppo Fs che gestisce la rete ferroviaria, «se siano state attuate le corrette azioni manutentive e se e quali misure siano state adottate preventivamente, in ragione delle già note previsioni meteorologiche, per tutelare i viaggiatori».

Il ministro non può inforcare il caschetto sulla testa e fare anche l'operaio ma, pur non essendo un tecnico, ha immediatamente compreso come il cuore del problema fosse la Stazione Termini e tutto il nodo ferroviario romano. Per qualche ora si è cercato di condividere la colpa con Italo-Ntv giacché un convoglio si era bloccato alle porte della Capitale. Ma quel treno era partito con oltre ore di ritardo e il mezzo sostitutivo era a sua volta partito da Termini con altre due ore di ritardo. Insomma, Delrio ha capito e intende capire ancora meglio perché una decina di centimetri di neve abbia bloccato gli scambi mandando il traffico ferroviario nazionale in tilt. Soprattutto perché si è sotto elezioni.

«Non è possibile che le Ferrovie dello Stato blocchino i treni ogni volta che nevica, non succede negli altri Paesi, è incapacità di fare manutenzione e prevenzione», ha commentato il candidato governatore del Lazio per il centrodestra, Stefano Parisi, deplorando la cattiva gestione dell'emergenza da parte di Comune di Roma e Regione e sostenendo che, al loro posto, «mi sarei comportato in modo tale da attrezzare i nostri trasporti pubblici, comprese le Ferrovie». Giovanni Paglia di LeU ha rincarato la dose. «Amministratore delegato, presidente e consiglieri di amministrazione di Ferrovie dello Stato sono pagati centinaia di migliaia di euro l'anno per far funzionare un servizio essenziale, anche in caso di maltempo ordinario. Dopo una giornata come questa, le dimissioni sono un fatto dovuto. Non è populismo, ma etica della responsabilità», ha dichiarato.

L'insofferenza di Delrio si genera proprio su questo punto. La politica non si può invocare come causa di ogni male, ma la «renzizzazione» di molte società a controllo pubblico le espone, quasi in automatico, alla polemica quando qualcosa non funziona. E le cose non funzionano. Oggi tutti i treni alta velocità, garantiti all'80%, in arrivo e partenza da Roma fermeranno nella stazione Tiburtina, mentre i treni regionali laziali funzioneranno al 50 per cento. Prendersela con il governo è il minimo.

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