"La destra deve curare i valori e non giocare sulla disperazione"

L'ideologo dei Républicans francesi "all'Italia non serve un contenitore ma fissare una meta, definire i progetti."

"La destra deve curare i valori e non giocare sulla disperazione"

François-Xavier Bellamy sta viaggiando in treno, verso casa. È un venerdì di luglio e il ritorno a Parigi sembra rassicurarlo. Le elezioni regionali per i gollisti di Les Republicains sono andate bene. Macron stenta e Marine Le Pen fa perfino peggio. Qualcosa in Francia sta cambiando. Bellamy ha trentasei anni e non si considera affatto troppo giovane. È il punto di riferimento di una destra che forse è ancora tutta da inventare. Non si vede sovranista o populista. Non accetta neppure l'etichetta di conservatore. «Siamo prigionieri di discorsi freddi, troppo razionali, l'uomo ha bisogno di idee, orizzonti». È una destra che però rivendica le sue radici occidentali, l'eredità cristiano giudaica e greco latina, i diritti inviolabili e universali dell'umanità, la difesa radicale della libertà e della democrazia. L'Europa non è una pagina bianca. Ha una storia e un lungo romanzo alle spalle. «Non basta conservare tutto questo. Dobbiamo anche tornare a raccontarlo ai ragazzi di oggi e di domani. È da un po' che non lo facciamo più».
Bellamy quasi dieci anni fa ha fondato Les Soirées de la Philo, una serie di incontri di filosofia per il grande pubblico. Non si svolgono nei palazzi o negli atenei, ma all'aperto, nei giardini, nel verde, nelle piazze. È da lì che ha cominciato a farsi conoscere. È l'idea che prima della politica c'è il pensiero. È tornato a insegnare nei licei delle banlieue parigine e lo ha raccontato nei Diseredati. «Chi sono? Sono quelli a cui non abbiamo trasmesso nulla del nostro patrimonio culturale. Li abbiamo abbandonati, cacciati. Diseredati, appunto».
Certo, poi ci sono anche i ruoli politici. È stato vice sindaco nel comune di Versailles e questo ogni tanto gli costa la facile ironia dei suoi avversari. Tre anni fa è stato eletto al Parlamento europeo. Il suo ultimo libro racconta come sfuggire all'ossessione del movimento perpetuo. Questa voglia di fuggire sempre, inseguendo un'idea di progresso che sta diventando solo virtuale, senza riconoscersi, senza avere nulla a cui aggrapparsi, senza una casa dove tornare. È una modernità piatta, senza dimensioni. Il titolo è Dimora e in Italia è pubblicato dalla casa editrice Itaca, in collaborazione con la fondazione De Gasperi.


Cosa significa essere di destra?


«Sapere che abbiamo molto da proteggere. Imparare a prendersi cura delle cose essenziali. Essere di destra significa preoccuparsi di trasmettere ai nostri figli ciò che abbiamo imparato: una cultura comune, le condizioni per un'economia prospera, una vita sicura per tutti, la stabilità della nostra società. Se sei di destra immagini un futuro, ma pensi che per raggiungerlo non puoi cancellare tutto».


Cosa non le piace del populismo di destra?


«La demagogia. Non amo giocare con la rabbia e la frustrazione di chi è disperato. Non stimo chi rende vuoto il dibattito pubblico. Molti francesi non credono più nella politica. Non pensano che la democrazia possa essere uno strumento per definire il proprio destino. Quello che vedono è solo un teatro di ombre, un gioco di specchi tra chi sta sul palco e chi applaude, come se l'unica cosa che davvero contasse sia questo artificio di comunicazione permanente. La democrazia ridotta a mi piace e non mi piace. Les Républicains sono un'alternativa a questo modo di fare».


Può nascere in Italia una «destra repubblicana»?


«Non voglio entrare troppo nelle cose italiane. Quello che posso dire è che non basta una scatola, un contenitore. Sarebbe una finzione anche questa. È necessario capire da che parte si vuole andare, indicare una meta. La meta non è un punto vuoto. È un'idea che definisce il tuo percorso. È ciò che sei e ciò che diventi alla fine dell'avventura. Serve realtà. La realtà, sembra un paradosso, è fatta appunto di idee, di valori e di problemi da risolvere. È necessario definire i progetti in cui si crede. È un lavoro lungo, faticoso, con un confronto a viso aperto, senza inganni e menzogne. Questo lo dico per l'Italia e per la Francia. Non è che noi siamo messi meglio».


È quello che rimprovera a Emmanuel Macron.


«Esatto. Molti descrivono Macron come un liberale. È invece statalista, giacobino, centralizzatore. Non incarna il liberalismo, ma una tecnocrazia che sogna di ridurre al minimo lo spazio della politica».


In Dimora lei parla della frattura sociale creata dalla modernità.


«Riprendo un concetto di un saggio di David Goodhart. Il libro è The Road to Somewhere. Da una parte ci sono gli ovunque, generalmente benestanti, vivono in città, istruiti e educati per trarre il massimo vantaggio dalla globalizzazione. Non si identificano con nessun luogo in particolare. Si spostano spesso per lavoro e tempo libero e saranno a proprio agio con i propri simili in qualunque grande città della terra. Dall'altra parte ci sono i solo qui. Meno fortunati, meno istruiti, spesso vivono nelle periferie e nelle zone rurali, svolgono mestieri poco qualificati, quelli più facili da essere sostituiti con i robot. La loro sopravvivenza dipende da ecosistemi locali, dalla solidarietà familiare. Di fatto sono abbandonati. Li inquieta questo mondo mobile, guidato dal predominio assoluto degli ovunque. Ecco, Macron guarda solo a loro, agli ovunque».


Dobbiamo ritrovare la nostra Itaca.


«Ulisse non è un rivoluzionario, non cerca la novità a tutti i costi. Si lancia nell'avventura non per rompere con il passato, ma per l'amore di ciò che è. L'anima dell'Odissea è tutta nella nostalgia. Sì, dobbiamo ritrovare la nostra Itaca e per cominciare dobbiamo tornare a chiamarla per nome».

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