Nel dedicare un intero libro al pensatore controrivoluzionario francese Rivarol e alle sue Massime, lo scrittore tedesco Ernst Junger non poté esimersi dall'osservare di aver fatto parte "dell'ultima risposta a una tendenza mondiale orientata a sinistra, come una corrente del Golfo, da 150 anni", cioè da quando la Rivoluzione francese, di cui proprio Rivarol era stato inizialmente un sostenitore e poi acerrimo avversario, fino per questo a morirne, aveva spalancato le porte al Mondo nuovo. Era una corrente rivoluzionaria, osservava ancora Junger, in cui la destra era sempre stata in subordine e proprio la Germania l'ultimo anello della catena a cedere. La "guerra civile mondiale" aveva fatto il resto, e ciascuno più o meno inconsciamente, sapeva che il vincitore non avrebbe fatto prigionieri. Di qui l'eccedere nella difesa come nell'offesa. Ma altresì Junger era consapevole, lui che era stato il disincantato cantore delle "tempeste d'acciaio" della Prima guerra mondiale, , il teorico della "mobilitazione totale" e del "milite del lavoro", l'operaio-guerriero della età della tecnica, in breve, l'esponente più brillante della cosiddetta "rivoluzione conservatrice", di essersi trovato superato dal proprio tempo. Non aveva previsto che il mondo potesse rivelarsi una gigantesca macelleria e che il male potesse rivelarsi meccanico e, fisiognomicamente, perdere addirittura la faccia: i volti di un Danton, di un Robespierre, perfino di un Marat, sostituiti dai volti di funzionari come Himmler, come Beria... Per venire ai nostri giorni, basterà osservare qualsiasi ministro o funzionario che sia, russo o ucraino, israeliano o palestinese, americano o iraniano, europeo, ammesso e non concesso che l'Europa abbia una sua identità politica.
Il disagio nella modernità e della modernità è un qualcosa che accomuna tutto un mondo che sbrigativamente, ma non erroneamente, si può definire di destra, al suo meglio come al suo peggio. L'enciclopedismo, la passione e l'attenzione per il nuovo, l'interessarsi ai mutamenti, lo studio di ciò che ci circonda, il provare a darsi delle risposte ha a che fare con tutto un mondo che altrettanto sbrigativamente, ma non erroneamente, si può definire di sinistra, anche qui al suo meglio come al suo peggio. Se non li si incarna entrambi, e simultaneamente, per situarsi altrove rispetto a scelte altrimenti obbligate, ci si condanna alla sterile contrapposizione e non si esce dall'impasse.
Il lettore ci scuserà questa lunga introduzione per arrivare a un punto che oggi occupa le prime pagine dei quotidiani in quanto questione religiosa, il lefebvrismo e dintorni, su cui da profani non entriamo, ma che in senso lato rimanda proprio a ciò da cui siamo partiti, rivoluzione e controrivoluzione, conservazione e reazione versus progresso e novità, identità rispetto a cambiamento. Che tutto questo abbia a che fare con una generale crisi di valori è un dato di fatto, con l'annessa sensazione foriera di panico e quindi di reazioni incontrollate, di essere tutti su un treno che viaggia a velocità insensata , ma non si sa verso dove e alla cui guida non c'è nessuno
Diceva Marx che "le rivoluzioni sono la locomotiva della storia universale", ma, come osservava un pensatore di sinistra, ma non determinista come Walter Benjamin, "forse le cose stanno in un modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno di emergenza del genere umano in viaggio su quel treno". Contro-rivoluzioni, per dirla in un altro modo.
Come sempre, quando non lo si capisce o si ha paura del nuovo, che di per sé non è un valore, ma la pura constatazione di un cambiamento in corso, si cerca di tornare all'antico: lo si conosce, si sa di che si tratta, in positivo come in negativo. Più il mondo si globalizza e più la tendenza ad opporvisi si radicalizza. Il problema identitario, ovvero le tematiche relative all'identità, sono l'argomento centrale dell'odierno discorso pubblico, la difesa delle radici, ovvero della continuità, della tradizione, se volete.
Nella vicenda religiosa da cui abbiamo preso spunto, la difesa a spada tratta del latino come lingua liturgica per eccellenza, lo illustra molto bene. Vale però la pena di osservare che, in una società politica in senso lato, dove le cosiddette "lingue morte" hanno sempre meno diritto di cittadinanza e sono pressoché espunte dagli stessi programmi scolastici, quella difesa finisce per rivelarsi già perdente in partenza, perché ulteriormente scava un fossato rispetto a ciò che intorno alla religione cattolica è intanto venuto crescendo: una società sempre più secolarizzata e sempre più dominata dalla tecnica e dall'economia.
Il problema delle radici in fondo è tutto qui, nel senso che sarà anche vero che "le radici non gelano" celebre immagine tolkieniana riciclata a mantra politico, ma, come ha osservato un pensatore irregolare e controcorrente come Alain de Benoist, "a nulla serve avere radici se non si hanno nuovi rami da far crescere.
L'identità non è ciò che si è, ma ciò che si fa. Si può essere fieri di ciò che si fa, non di ciò che si è". È intorno a questo concetto, cioè a una visione dinamica della identità nella storia, che una controrivoluzione ha un senso e un significato.