Il copione è logoro. Ma evidentemente credono possa ancora funzionare. E infatti il risultato è la solita confusione in un momento che, invece, richiede unità. Ecco, dunque, dalle retrovie del teatrino della politica europea, andare in scena la comparsa di turno: il politicante che cerca il palco internazionale non potendosi più esibire a casa propria se non incassando fischi. Tocca a Pedro Sánchez, a sto giro. Premier indebolito dalle sconfitte elettorali, dagli scandali giudiziari che hanno scosso il suo partito e da una finanziaria con tre esercizi in proroga. Affari interni, per carità. Se non fosse che Sánchez si è messo, appunto, a usare la politica estera come arma di distrazione domestica attaccando Trump. Lo ha fatto settimane fa quando gli Stati Uniti hanno prelevato Maduro, torna a farlo oggi dopo che hanno tolto di mezzo Khamenei. Due ceffi, Maduro e Khamenei, che nessuno in Europa dovrebbe avere a cuore. Eppure Sánchez preferisce impugnare la bandiera pacifista anziché schierarsi con il tycoon per un mondo più sicuro. A dargli man forte è subito accorso Macron, altra figura che più crolla nei consensi interni, più alza la voce contro chi dovrebbe essere suo alleato. Quasi mai pontiere con l'altra sponda dell'Atlantico, anche il capo dell'Eliseo è solito gonfiare il petto per nascondere i guai di casa. Occhiali a specchio stile top gun, strategia stile kamikaze.
Grandeur appassita di un leader che sogna ancora di assoggettare l'Europa sotto lo scettro di Napoleone: da una parte rilancia la deterrenza nucleare, dall'altra difende il pacifista Sánchez. Si schianteranno entrambi, alle urne. Non abbastanza presto per evitare altre divisioni, facendo così un favore a quelli che dovrebbero essere anche i loro nemici.