Stessa guerra, ma obbiettivi diversi. Donald Trump sembra essersene accorto. E non è assolutamente contento. I primi segnali delle opposte finalità che dividono la Casa Bianca e il governo di Benjamin Netanyahu sono venuti alla luce domenica, subito dopo il massiccio bombardamento israeliano sui depositi di petrolio situati nell'immediata periferia di Teheran.
Per Israele quel mare di fiamme e la pioggia nera caduta sulla capitale rappresentano un successo capace di paralizzare la macchina militare iraniana e renderne più difficili i rifornimenti. "I depositi di petrolio distrutti - spiegava domenica un comunicato dell'esercito israeliano - servivano a rifornire il regime e il corpo dei Guardiani della Rivoluzione". Per il presidente americano quei roghi devastanti e il terrore diffusosi tra la popolazione civile rappresentano invece una pericolosa e infelice "escalation". Una "escalation" capace di ridimensionare l'entusiasmo degli iraniani e rendere più incerta una sollevazione popolare. Per non parlare del timore che le immagini di quei roghi assieme ai resoconti sulle petroliere bloccate nello stretto di Hormutz finissero con il mandare alle stelle il costo del gallone di benzina americano. E infatti la reazione non si è fatta attendere. "What the hell is this?", "Che diavolo è questo?". Il messaggio indirizzato alla controparte israeliana dopo il raid aereo dai funzionari della Casa Bianca evidenzia - come ha rivelato l'agenzia Axios - lo sconcerto dell'amministrazione statunitense per un'azione considerata politicamente dannosa e strategicamente contraddittoria. Uno sconcerto reso ancora più evidente dalla cancellazione della missione degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner attesi quest'oggi in Israele per un summit sugli obiettivi della guerra. Obiettivi che l'amministrazione Usa vede divaricarsi assai pericolosamente. Israele, come a Gaza prima e in Libano poi, non sembra porsi limiti.
Dal punto di vista di Netanyahu e dei suoi ministri la caduta del regime è un obiettivo irrinunciabile. Un obiettivo da raggiungere anche a costo di seminare il caos. Anche a costo di destabilizzare non solo l'Iran ma anche gli stati circostanti. Per Trump, invece, la guerra deve non solo finire presto, come ha annunciato ieri in serata, ma anche arrivare a una soluzione che garantisca la governabilità dell'Iran. Ed eviti il ripetersi di situazioni simili a quelle già viste in Afghanistan o in Iraq. Anche perché quella guerra è dannatamente cara. E il miliardo al giorno bruciato dall'Armada Usa sembra far a pugni con la promessa di Trump di risanare l'economia e ridurre il devastante debito pubblico. Ma fa a pugni anche con i tempi delle elezioni di midterm in arrivo a novembre. Un voto impossibile da affrontare con un conflitto aperto. Soprattutto da parte di un presidente approdato alla Casa Bianca grazie alle promesse di non ripetere le "guerre infinite" portate avanti dai suoi predecessori. Insomma lo smantellamento del nucleare iraniano, la distruzione dell'apparato missilistico e la fine delle ingerenze iraniane in Libano, Iraq e Yemen restano per Trump un obbiettivo sufficiente.
Un
obiettivo in nome del quale, come ha fatto capire qualche giorno fa, sarebbe pronto a scendere a patti anche con un leader iraniano "non democratico" e "religioso". Proprio quello che Netanyahu vorrebbe seppellire sotto le bombe.