"Draghi eletto al Colle? Così si rischia uno strappo"

Il costituzionalista: "Mai successo che da Palazzo Chigi si ascenda al Quirinale. Le riforme devono essere scritte"

"Draghi eletto al Colle? Così si rischia uno strappo"

Il Paese dei presidenti. Tanti. Troppi. Ma mai così potenti. Mattarella. Draghi. I governatori, da Zaia a De Luca. E per questo il rodeo del Quirinale si è trasformato nelle ultime settimane in uno psicodramma collettivo che tiene bloccata l'Italia. Presidenti d'Italia si chiama il libro che Michele Ainis, uno dei più noti e acuti costituzionalisti del Belpaese, ha scritto per La nave di Teseo ed è da oggi in libreria.


Professor Ainis, nel suo testo si elencano centinaia di figure apicali: dal presidente del consiglio regionale a quello dell'Automobile club, da quello del consorzio di bacino imbrifero montano a quello della corte militare d'appello. Siamo il Paese in cui tutti possono diventare generali?


«La burocrazia ha portato a una moltiplicazione e talvolta sovrapposizione furiosa di enti pubblici che fra l'altro rispondono all'appetito insaziabile della classe politica, sempre alla ricerca di poltrone su cui far sedere qualcuno».


Con tanto di norme sempre in evoluzione. Abbiamo un'iperproduzione di leggi?


«Io stimo che siano 50 mila, anche se nessuno le ha contate. Pure queste contribuiscono alla proliferazione di enti e rispettivi pennacchi».


Poi c'è il Presidente della Repubblica.


«Il Presidente dei presidenti».


Una carica che però riluce come un faro nella nebbia. Un controsenso?


«No. Abbiamo tanti presidenti. Troppi. Ma abbiamo anche bisogno di certezze nella debolezza del sistema. Nella frammentazione dei partiti. Nell'interminabile emergenza da Covid. Ecco, se dovessi fissare un primo paletto, direi che questa stagione drammatica ha spinto in su gli organi monocratici rispetto a quelli collegiali».


Zaia, per fare un esempio, rispetto alla giunta della Regione Veneto?


«Si. E di situazioni del genere ce ne sono tante. Pensi a De Luca e più in generale ai governatori che hanno visto crescere la propria autorevolezza e forza in un momento di difficoltà, in cui c'è bisogno di scelte rapide e centralizzate».


Stesso discorso per Draghi?


«Certo, lo standing della persona conta molto. Ma anche qui, al centro della scena non sta più il parlamento ma il governo e, ancora di più, il presidente del consiglio. È un processo che abbiamo visto già con Conte. Pensi solo ai dpcm, i decreti del capo dell'esecutivo. Atti amministrativi che nessuno o quasi prima conosceva, ma dalle conseguenze potentissime».


Scusi, ma abbiamo sentito per anni e anni la litania sul premier che non conta niente o quasi. E non può licenziare nemmeno un ministro. Non era vero?


«No, ma la realtà si è capovolta sul campo. E oggi abbiamo una figura fortissima a Palazzo Chigi».


Tanto da aspirare al Colle. Ma fin dove arrivano i poteri del Quirinale?


«I poteri del Colle sono a fisarmonica. E, tanto per cambiare, si sono irrobustiti negli ultimi tempi».


La svolta?


«Direi con Napolitano e con l'avvento del tripolarismo. Il vecchio sistema ha perso forza e i partiti hanno accentuato la loro fragilità. Così il Quirinale ha riempito gli spazi».


Mattarella non ne vuol sapere di un nuovo mandato. Si può sollecitare in qualche modo?


«Io non mi permetto di dare consigli a nessuno. Dico che Mattarella è un professore di diritto costituzionale e ha le sue ragioni per dire no. Due mandati vogliono dire 14 anni: così il Presidente diventerebbe un re».


Resterebbe l'elezione a tempo: due anni?


«È offensivo per la carica anche solo pensare ad un'ipotesi del genere»


Altro scenario: Draghi va al Quirinale.


«Non è mai successo che da Palazzo Chigi si ascenda al Colle. E questa è una buona ragione perché succeda. Certo, ci sarebbero degli strappi. Passaggi mai attraversati finora».


Quali?


«Nelle mani di chi si dimette il premier appena incoronato dai grandi elettori?».


Non di se stesso.


«Appunto. Se l'elezione arrivasse entro il 3 febbraio, toccherebbe a Mattarella accogliere a razzo le dimissioni e non congelarle, come di solito si fa in questi frangenti».


Ma se si andasse oltre la data di scadenza del mandato?


«Qui si può ragionare per analogia, utilizzando come bussola l'articolo 85 della Costituzione che regola i momenti più complicati, come quelli a ridosso delle elezioni».


Dunque, che cosa accadrebbe?


«Mattarella verrebbe prorogato per qualche giorno, oppure avremmo una supplenza Casellati e sarebbe lei a certificare il bye bye di Draghi all'esecutivo».


Con Draghi al Quirinale avremmo davvero quel semipresidenzialismo di fatto di cui si parla da settimane?


«Mi spiace, ma questo va contro la Costituzione. Anche se in Italia con tutti questi presidenti abbiamo realizzato una sorta di presidenzialismo straccione. Ma le riforme, altro vizio nazionale, non vanno fatte senza dirlo, ma devono essere scritte».

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