"Era tutta una cumacca" dicono in paese. Una cerchia compatta, complice, capace di muovere capitali, coperture e affari. Così viene commentato l'arresto di tre fedelissimi del boss Matteo Messina Denaro e il sequestro del tesoro milionario riconducibile al narcotraffico, intercettato dalla Guardia di Finanza del Comando provinciale di Palermo in un'operazione internazionale coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano, con la cooperazione delle forze di polizia di altri Paesi. Un tesoro di oltre 200 milioni di euro, tra società, immobili, conti e investimenti.
Non era solo ricchezza: era un vero e proprio sistema organizzato, che per anni ha protetto, finanziato e alimentato il potere del padrino con il riciclaggio e il reimpiego, anche attraverso società offshore, dei proventi del narcotraffico dagli anni '80 in poi di Cosa nostra trapanese. Il denaro veniva progressivamente reinserito nell'economia legale grazie a una fitta rete internazionale di società e intermediari. In alcuni casi i capitali sono stati reinvestiti in strumenti finanziari molto complessi che hanno dato filo da torcere ai finanzieri per ricostruire un quadro esaustivo. Questo perché spesso gli investimenti, le azioni, le operazioni immobiliari avvenivano in altri Paesi, interessati dall'inchiesta: Andorra, Gibilterra, isole Cayman, Lussemburgo, Svizzera, Libano, Principato di Monaco e Spagna (nelle città di Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banùs).
Ed è in Spagna che sono fioccati gli arresti per Luca Tamburello, figlio di Giacomo, 66 anni, di Campobello di Mazara, anche lui in manette, e dell'ex moglie di quest'ultimo, Maria Antonietta Bruno. A gestire il narcotraffico per conto di Messina Denaro era Giacomo, un passato da commerciante di abbigliamento, e nessun reddito ufficiale dal 1985, eppure con a disposizione un patrimonio "sconfinato". Si va da ville lussuose in Spagna a conti correnti in Gibilterra, Andorra, Libano, Lussemburgo e isole Cayman. L'alunno supera il maestro, e così il figlio Luca ha effettuato investimenti smisurati acquistando Villa Natacha, a Marbella, e progettava anche di trasferirsi a Dubai per pagare meno tasse.
Lo aveva intuito il grande giudice Giovanni Falcone: segui i soldi, metodo infallibile che permette di smascherare la mafia che si mimetizza nell'economia legale. Ed è proprio seguendo il flusso di denaro, tra azioni da capogiro, conti stratosferici, titoli, resort e appartamenti di superlusso, aziende note, investimenti in oltre 12 kg d'oro, quote di partecipazione ingenti nell'azionariato di un istituto di credito libanese, che gli inquirenti hanno ricostruito patrimonio e sua provenienza. Tra i beni, ci sono 22 immobili prestigiosi in Spagna.
L'operazione rappresenta uno dei colpi più importanti inflitti dallo Stato all'eredità di Messina Denaro, che aveva costruito attorno a sé una solida rete di fedelissimi che ha continuato a operare anche dopo la sua morte. "Ci sono altri tesori" ha detto in conferenza stampa il procuratore Maurizio De Lucia, e sono in campo le migliori forze per intercettarle.
Oltre il danno alla mafia arriva pure la beffa: il tesoro del padrino servirà "al rafforzamento dei presidi di sicurezza nelle stazioni ferroviarie". Lo ha annunciato Palazzo Chigi che ha aggiunto che "le liquidità sequestrate potranno essere ripartite tra le amministrazioni competenti già dal prossimo anno".